"Sono responsabile di quello che gli è accaduto, e non ho scuse."

"Abbiamo tutti le nostre debolezze, Maestro. Le mie budella. La tua codardia. Nessuno di noi è perfetto. Ma immagino che la tua presenza qui significhi che finalmente tenteremo di nuovo!"

"Sì, è questa la mia intenzione."

Sua Rozzezza guardò nuovamente l'orologio, facendo un calcolo muto mentre masticava. "Venti delle vostre ore del Quinto Dominio da ora, più o meno."

"Esatto."

"Bene, mi troverai pronto," disse, ingollando un cetriolo piuttosto grande in un sol boccone.

"Hai qualcuno che ti aiuti?"

Con la bocca piena, tutto quello che Sua Rozzezza riuscì a dire fu: "'on 'e ho 'sogno." Continuò a masticare, poi deglutì. "Nessuno sa che sono qui," spiegò. "Sono ancora ricercato dalla legge, anche se ho sentito che Yzordderrex è in rovina."

"Questo è vero."

"Ho anche sentito dire che il Cardine ha cambiato un po' faccia," disse.

"In che senso?"

"Nessuno può avvicinarsi abbastanza da scoprirlo," replicò Sua Rozzezza. "Ma se intendi passare in rassegna l'intero Sinodo..."

"Infatti."

"Allora forse lo vedrai da te, mentre sei in città. C'era un Eurhetemec che rappresentava il Secondo, se ben ricordo..."

"È morto."

"Allora chi c'è adesso?"

"Spero che Scopique abbia trovato qualcuno."

"È nel Terzo, non è vero? Nel pozzo del Cardine?"

"Esatto."

"E chi c'è all'Annullamento?"

"Un tale chiamato Chicka Jackeen."

"Non ne ho mai sentito parlare," disse Sua Rozzezza. "E mi sembra strano. Ho sentito parlare della maggior parte dei Maestri. Sei sicuro che sia un Maestro?"

"Certamente."

Sua Rozzezza alzò le spalle. "Allora lo incontrerò nell'Ana. E non ti preoccupare per me, Sartori. Sarò qui."

"Sono contento che abbiamo fatto pace."

"Io posso lottare per il cibo e per le donne, mai per la metafisica," disse Sua Rozzezza. "E poi siamo uniti da una grande missione. Domani a quest'ora sarai in grado di tornare a casa a piedi da qui!"

Il loro dialogo terminò su quella nota ottimistica, e Gentle lasciò Sua Rozzezza alla sua veglia notturna, andando con il pensiero verso il Kwem, dove sperava di trovare Scopique al suo posto accanto alla sede del Cardine. Poteva arrivarci nel tempo che gli occorreva per pensarsi oltre il confine dei Domini, ma lasciò che il viaggio venisse ritardato dai ricordi. Mentre lasciava il Monte di Lipper Bayak, i suoi pensieri si rivolsero a Beatrix e fu lì che il suo spiritò volò, anziché dirigersi a Kwem. Subito si posò all'estremità del villaggio.

Naturalmente era notte anche lì. I doeki muggivano dolcemente sui pendii bui attorno a lui, mentre i campanacci che avevano al collo suonavano. Beatrix era però silenziosa, le lampade che brillavano nei boschetti intorno alle case erano scomparse, come i bambini che se ne occupavano: tutto distrutto. Turbato da quella vista malinconica, Gentle fu sul punto di fuggire immediatamente dal villaggio, quando intravide una singola luce in lontananza e avvicinatosi un poco vide attraversare la strada, con la lampada tenuta in alto, una figura che riconobbe. Era Coaxial Tasko, l'eremita della collina che aveva fornito a Pie e Gentle i mezzi per sfidare lo Jokalaylau. Tasko si fermò in mezzo alla strada e sollevò ancor più la lampada, scrutando l'oscurità.

"C'è qualcuno?" chiese.

Gentle voleva parlare per fare pace, come aveva fatto con Sua Rozzezza, e dirgli dell'indomani, ma l'espressione sul viso di Tasko glielo impedì. L'eremita non avrebbe accettato le sue scuse, pensò Gentle, né lo avrebbe ringraziato per aver parlato di una luminosa nuova giornata. Non quando c'erano tante persone che non l'avrebbero mai vista. Se anche Tasko ebbe qualche sospetto sull'identità del visitatore, giudicò comunque inutile l'incontro. Si limitò ad alzare le spalle, abbassò la lampada e tornò alle sue occupazioni.

Gentle non indugiò oltre, ma sollevò il viso verso le montagne e si pensò lontano, non solo da Beatrix ma dal Dominio. Il villaggio svanì, e attorno a lui apparve la polverosa luce diurna del Kwem. Dei quattro luoghi in cui sperava di trovare i Maestri suoi compagni, il Monte, il Kwem, il Kesparate degli Eurhetemec e l'Annullamento, quello era l'unico che non aveva visitato durante i suoi viaggi con Pie, ed era dunque preparato ad affrontare delle difficoltà per individuarlo. Ma la figura di Scopique non poteva sfuggire in quella terra desolata. Nonostante il vento sollevasse nuvole accecanti di polvere, trovò l'uomo pochi istanti dopo il suo arrivo: era accovacciato sotto un rozzo riparo, costruito con alcune coperte appese su paletti infissi nella terra grigia. Per scomodo che fosse, Scopique aveva patito privazioni peggiori nella sua vita di ribelle, non ultima l'internamento nell'ospedale psichiatrico, e quando si alzò per salutare Gentle fu con il brio di un uomo in forma e soddisfatto. Era vestito impeccabilmente con un completo a tre pezzi e la cravatta a farfalla, e il suo viso, nonostante la peculiarità dei lineamenti (il naso che era praticamente formato da due buchi, gli occhi in fuori), era assai meno tormentato che in passato, le guance arrossate dal vento sabbioso, Come Sua Rozzezza, anch'egli stava aspettando il suo visitatore.

"Entra! Entra!" disse, "Non che tu senta molto il vento, eh?"

Anche se questo era vero (il vento soffiava attraverso di lui in modo assai curioso, turbinando attorno al suo ombelico) Gentle si unì a Scopique al riparo delle coperte, e lì sedettero a parlare, Come sempre, Scopique aveva molto da dire, e riversò le sue storie e le sue osservazioni in un monologo ininterrotto. Era pronto, disse, a rappresentare il suo Dominio nello spazio sacro dell'Ana, anche se si chiedeva in che modo l'assenza del Cardine avrebbe influito sull'impresa. Esso era stato posto al centro dei Cinque Domini, ricordò a Gentle, per essere un tramite, e forse un interprete, del potere in tutta l'Imagica. Adesso era andato distrutto, e il Terzo era indubbiamente indebolito da quella scomparsa.

"Guarda," disse, alzandosi in piedi e guidando il suo visitatore fantasma fuori, all'estremità dell'abisso. "Sono rimasto a esercitare la magia accanto a un buco nel terreno!"

"E tu pensi che questo peserà sull'impresa?"

"Chi lo sa? Siamo tutti dilettanti che fingono di essere esperti. Tutto quello che posso fare è di ripulire il luogo dai suoi precedenti occupanti, e sperare per il meglio."

Diresse l'attenzione di Gentle lontano dall'abisso, verso la carcassa fumante di un edificio di grandi dimensioni, che la polvere nell'aria rendeva a malapena visibile.

"Che cos'era?" chiese Gentle.

"Il palazzo del bastardo."

"E chi l'ha distrutto?"

"Io, naturalmente," disse Scopique. "Non volevo che l'ombra della sua opera si stagliasse sul nostro lavoro! Sarà un'operazione già abbastanza delicata senza che la sua sporca influenza mandi tutto a farsi fottere. Sembrava un bordello!" Rivolse le spalle all'edificio. "Ci sarebbero voluti mesi per prepararci a questo, e non poche ore."

"Me ne rendo conto..."

"E poi c'è il problema del Secondo. Sai che Pie mi ha incaricato di trovare un sostituto? Mi sarebbe piaciuto discutere tutto questo con te naturalmente, ma quando ci siamo incontrati l'ultima volta eri in fuga e Pie mi ha proibito di svelarti la tua identità, anche se... posso essere onesto?"

"Potrei fermarti?"

"No. Sono stato fortemente tentato di fartela ricordare a forza di ceffoni." Scopique guardò Gentle in modo penetrante, come se minacciasse di farlo anche ora, se solo lui fosse stato in condizioni fisiche meno immateriali. "Hai causato al mystif tanto dolore, lo sai," disse. "E lui, come un maledetto stupido, ha continuato ad amarti."

"Avevo i miei motivi," disse dolcemente Gentle. "Ma mi stavi parlando di quel sostituto..."

"Ah sì. Athanasius!"

"Athanasius?"

"Ora è il nostro uomo a Yzordderrex, rappresenta il Secondo. Non fare quella faccia sgomenta. Conosce la cerimonia ed è assolutamente determinato."

"Scopique, non c'è un osso sano in tutto il suo corpo. Pensava che io fossi un emissario di Hapexamendios."

"Be', naturalmente questo non ha senso..."

"Ha cercato di uccidermi con le sue Madonne. È pazzo!"

"Tutti noi abbiamo avuto i nostri momenti brutti, Sartori."

"Non chiamarmi così."

"Athanasius è uno degli uomini più santi che abbia mai incontrato."

"Come può credere un momento nella Santa Madre, e un momento dopo di essere Gesù?"

"Può credere nella sua stessa madre, no?"

"Stai dicendo seriamente..."

"... che Athanasius è davvero il Cristo risorto? No, Se dobbiamo avere un Messia tra di noi, io voto per te." Sospirò. "Guarda, mi rendo conto che hai dei problemi con Athanasius, ma chi altri potevo trovare? Non sono rimasti molti Maestri, Sartori."

"Ti ho detto..."

"Sì, sì, non ti piace quel nome. Perdonami, ma fino a quando avrò vita tu sarai il Maestro Sartori, e se vuoi trovarti qualcun altro che stia seduto qui al mio posto e ti chiami con un nome più bello, trovatelo pure."

"Sei sempre stato così spietato?" gli chiese Gentle.

"No," disse Scopique. "Ci sono voluti anni di esercizio."

Gentle scosse la testa, disperato. "Athanasius. È un incubo."

"A proposito, non essere così sicuro che non abbia lo spirito di Gesù dentro di sé," disse Scopique.

"Se va avanti così," disse Gentle, "diventerò pazzo come lui. Athanasius! Questo è un disastro!"

Gentle, furioso, lasciò Scopique al suo ricovero e uscì nella polvere, lanciando una sequela di imprecazioni mentre camminava. L'ottimismo con cui aveva affrontato questo viaggio era stato gravemente incrinato. Per non presentarsi ad Athanasius con una simile confusione in testa, si cercò un luogo sulla via di Lenten per riflettere. La situazione non era affatto incoraggiante. Sua Rozzezza viveva come un fuorilegge, rischiando ancora di essere arrestato. Scopique dubitava dell'efficiacia della sua postazione adesso che il Cardine era stato eliminato. In più, tra tutte le persone che potevano unirsi al Sinodo, non s'era trovato di meglio che Athanasius, uno che non aveva neanche il senno per ripararsi dalla pioggia.

"Oh Dio, Pie," mormorò tra sé Gentle. "Avrei proprio bisogno dite."

Il vento soffiava, lugubre, mentre Gentle si attardava sull'autostrada, in direzione del punto di passaggio tra il Terzo e il Secondo Dominio, come se volesse respingerlo verso Yzordderrex. Ma lui resisteva, prendendosi il tempo di esaminare le possibilità che gli si aprivano davanti. Decise che ce n'erano tre. Una, abbandonare la Riconciliazione subito, prima che i punti deboli che scorgeva nel sistema si sommassero e portassero a un'altra tragedia. Due, trovare un Maestro che potesse sostituire Athanasius. Tre, fidarsi del giudizio di Scopique, e andare a Yzordderrex per rappacificarsi con quell'uomo. La prima possibilità non era da prendere seriamente in considerazione. Quella era un'impresa voluta da suo Padre e lui aveva il sacro dovere di portarla a compimento. La seconda, cioè trovare un sostituto per Athanasius, era impossibile da mettere in pratica nel poco tempo a disposizione. Rimaneva soltanto la terza. Era sgradevole, ma sembrava inevitabile. Avrebbe dovuto accettare Athanasius nel Sinodo.

Presa la decisione, si arrese al messaggio che le raffiche di vento gli inviavano e in un pensiero fu con quelle, lungo la strada dritta, attraverso il passaggio tra i Domini, e poi, attraverso il delta, nella città: nelle viscere di Dio.

 

II

 

"Hoi Polloi?"

La figlia di Peccable aveva deposto il randello ed era inginocchiata accanto a Jude, mentre dai suoi occhi storti sgorgavano le lacrime.

"Mi spiace, quanto mi spiace," continuava a dire. "Non lo sapevo. Non lo sapevo."

Jude si mise a sedere. Uno stormo di campane stava ancora suonando in mezzo alle sue tempie, ma a parte quello non era ferita.

"Che cosa ci fai qui?" chiese a Hoi Polloi. "Pensavo che te ne fossi andata con tuo padre."

"È quello che ho fatto," spiegò lei, lottando con le lacrime. "Ma l'ho perso nella strada affollata. C'erano così tante persone che cercavano di scappare. Era accanto a me e un momento dopo era sparito. Sono rimasta lì per ore a cercarlo, poi ho pensato che probabilmente era tornato qui, a casa, così sono tornata anch'io..."

"Ma non c'era."

"No," la ragazza iniziò nuovamente a singhiozzare, e Jude la abbracciò, tentando di consolarla.

"Sono certa che è ancora vivo," disse Hoi Polloi. "È sempre stato attento, e probabilmente se ne sta nascosto da qualche parte. Fuori è pericoloso." Gettò uno sguardo nervoso al soffitto della cantina. "Se non torna entro un paio di giorni, forse tu mi puoi portare al Quinto, e lui potrebbe seguirci."

"Credimi, lì non è più sicuro."

"Cosa sta succedendo al mondo?" chiese Hoi Polloi.

"Sta cambiando," rispose Jude. "E noi dobbiamo essere pronti ai cambiamenti, per quanto strani possano essere."

"Io voglio solo che le cose rimangano com'erano. Papà e gli affari, e tutto al suo posto..."

"Tulipani in sala da pranzo."

"Sì."

"Non sarà così per un bel pezzo," disse Jude. "Anzi, credo che non sarà mai più così." Si alzò in piedi.

"Dove vai?" disse Hoi Polloi. "Non te ne puoi andare."

"Devo farlo. Sono venuta qui per un lavoro. Se vuoi venire con me, sei ben accetta, ma dovrai badare a te stessa."

Hoi Polloi tirò su col naso. "Capisco," disse.

"Verrai?"

"Non voglio stare sola," replicò lei. "Verrò."

 

Jude era preparata alle scene di devastazione che le aspettavano fuori dalla porta della casa di Peccable, ma non all'entusiasmo che le accompagnava. Anche se nelle vicinanze si levavano suoni lamentosi, e quel dolore senza dubbio riecheggiava in innumerevoli case attraverso la città, l'aria mite di mezzogiorno recava un altro messaggio.

"Perché sorridi?" le chiese Hoi Polloi.

Judith non si sarebbe resa conto che stava sorridendo, se la ragazza non glielo avesse fatto notare.

"Forse perché questo mi sembra un giorno nuovo," rispose, e mentre parlava si rese conto che quel giorno poteva anche essere l'ultimo. Forse la brillantezza dell'aria era il modo in cui anche la città riconosceva quell'eventualità: il miglioramento finale di un animo malato prima del declino e del crollo.

Naturalmente Jude non disse niente di tutto questo a Hoi Polloi. La ragazza era già abbastanza terrorizzata. Mentre salivano lungo la strada Hoi Polloi camminava un passo dietro a Jude, la quale non aveva idea, adesso che era lì, di dove andare a trovare l'informazione di cui era venuta in cerca. La città non era più un labirinto di incanti, se mai lo era stata. Era un vero e proprio deserto, con innumerevoli incendi ormai sul punto di spegnersi, che trasformavano l'aria in una cappa di fumo. Nondimento la luce della Cometa trafiggeva quei lugubri strati in diversi punti, e i suoi raggi prendevano colore dall'aria come frammenti di vetro colorato, pozze scintillanti nella palude sottostante di dolore. Non avendo luogo migliore verso cui muoversi, Jude si diresse verso la macchia di luce più vicina, che non distava più di un chilometro. Molto prima di aver raggiunto quel punto, vennero investite da una pioggerella leggera portata dalla brezza, e un suono di acqua corrente annunciò la fonte del fenomeno.

La strada si era spaccata e una conduttura principale esplosa oppure una sorgente naturale stava gorgogliando sotto l'asfalto. Quella vista aveva attirato un certo numero di spettatori usciti dalle rovine, anche se pochi di loro si avvicinarono all'acqua, non per paura del terreno insidioso, ma di qualcosa di assai più strano. L'acqua proveniente dalla spaccatura nel terreno non scorreva verso il basso della collina ma andava verso l'alto, superando i gradini che di quando in quando rompevano la salita con lo zelo di un salmone. Gli unici a non avere paura di quel mistero erano i bambini, molti dei quali si erano liberati dalla presa dei genitori e giocavano in quell'acqua che sfidava le leggi fìsiche, alcuni correndo nello strano ruscello, altri sedendovi dentro e lasciandoselo scorrere tra le gambe. Nei gridolini gioiosi che lanciavano, Jude fu sicura di sentire una nota di piacere sessuale.

"Che cos'è questo?" chiese Hoi Polloi, in tono più risentito che sorpreso, come se quello spettacolo fosse un'offesa personale nei suoi confronti.

"Perché non andiamo a scoprirlo?" replicò Jude.

"Quei bambini affogheranno," disse Hoi Polloi con aria saputa.

"In due dita d'acqua? Non essere ridicola."

A quel punto Jude si allontanò, lasciando che Hoi Polloi la seguisse, se lo desiderava. Evidentemente lo desiderava, poiché ancora una volta la seguì, singhiozzando sommessamente; le due donne si arrampicarono in silenzio finché, a duecento metri circa dal punto in cui avevavo incontrato il ruscello, ne apparve un secondo, proveniente da un'altra direzione e largo abbastanza da trascinare degli oggetti. La maggior parte erano rifiuti, come capi di abbigliamento, graveolenti cadaveri di annegati, fette di pane bruciato; ma tra quei resti c'erano oggetti immessi volutamente nel flusso in modo che esso li trasportasse, quale che fosse la sua direzione. Lettere scritte su carta attentamente piegata a forma di barchetta; piccole ghirlande di erba intrecciata abbellite con fiorellini; una bambola era stata abbandonata alla corrente avvolta in un sudario di nastri. Jude pescò una delle barchette di carta dall'acqua e la aprì. La scritta all'interno era macchiata ma leggibile. Diceva:

 

Tishalullé. Il mio nome è Cimarra Sakeo. Ti rivolgo questa preghiera per mia madre e per mio padre, e per mio fratello Boem che è morto. Ti ho vista nei miei sogni, Tishalullé, e so che tu sei buona. Sei nel mio cuore. Ti prego, sii anche nel cuore di mia madre e di mio padre, e da' loro il tuo conforto.

 

Jude passò la lettera a Hoi Polloi, seguendo con lo sguardo il flusso dei ruscelli che confluivano in un solo fiume. "Chi è Tishalullé?" chiese Jude.

Hoi Polloi non rispose. Jude si girò a guardarla, e vide che fissava la cima della collina.

"Tishalullé?" domandò nuovamente Jude.

"È una Dea," rispose Hoi Polloi a voce bassa, anche se non c'era nessuno accanto a loro. Mentre parlava, fece cadere la lettera a terra, ma Jude si chinò a raccoglierla.

"Dobbiamo aver cura delle preghiere della gente," l'ammonì, ripiegando la barchetta e facendole riprendere il viaggio.

"Non la riceverà mai," disse Hoi Polloi. "Lei non esiste."

"Però tu esiti a pronunciare il suo nome ad alta voce."

"Non dobbiamo mai dire il nome di nessuna Dea. Ce l'ha insegnato papà. È proibito."

"Allora ce ne sono altre?"

"Oh sì. Ci sono le sorelle del Delta. E papà ha detto che ce n'è anche una chiamata Jokalaylau, che viveva nelle montagne."

"Da dove viene Tishalullé?"

"Credo dalla Culla di Chzercemit. Ma non ne sono sicura."

"La culla di cosa?"

"È un lago nel Terzo Dominio."

Questa volta Jude sapeva di sorridere. "Fiumi, nevi e laghi," esclamò accovacciandosi accanto al corso d'acqua e mettendovi dentro il dito. "Hoi Polloi, sono venute con le acque."

"Chi?"

L'acqua era fredda e giocò sulle dita di Jude, salendole sulla mano. "Non essere ottusa," disse Jude. "Le Dee. Sono qui."

"È impossibile. Anche se esistessero, e papà mi ha detto che non è così, perché mai dovrebbero venire qui?"

Jude si portò il palmo pieno d'acqua alle labbra e bevve. Era dolce.

"Forse qualcuno le ha chiamate," disse.

Sollevò lo sguardo su Hoi Polloi, il cui viso ancora manifestava il disgusto per quello che Jude aveva fatto.

"Qualcuno quassù?" chiese la ragazza.

"Be', ci vuole un bello sforzo per scalare una collina," disse Jude. "Specialmente per l'acqua. Non si dirige in alto perché le piace il paesaggio. Qualcuno l'attira. E se noi saliamo con lei, presto o tardi..."

"Non credo che dovremmo farlo," replicò Hoi Polloi.

"Non è solo l'acqua a essere chiamata," disse Jude. "Anche noi lo siamo. Non lo senti?"

"No," disse bruscamente la ragazza. "Potrei voltarmi e tornare a casa."

"E intendi farlo?"

Hoi Polloi guardò il fiume che correva a un metrò dal suo piede. Il caso volle che l'acqua stesse trasportando un carico dei meno gradevoli: una flottiglia di teste di pollo, e la carcassa parzialmente incenerita di un cagnolino.

"E tu l'hai bevuta," disse Hoi Polloi.

"Il sapore era ottimo," replicò Jude, anche se, quando passò il cane, distolse lo sguardo.

Quella vista acuì il disagio di Hoi Polloi. "Credo che andrò a casa," disse. "Non sono pronta a incontrare le Dee, anche se sono là sopra. Ho troppo peccato."

"È assurdo," replicò Jude. "Qui non si tratta di peccati e di perdono. Quelle cose insensate appartengono agli uomini. Qui siamo..." esitò, incerta sul vocabolo; poi disse: "... siamo di fronte a qualcosa di più saggio."

"Come fai a saperlo?" chiese Hoi Polloi. "Nessuno capisce veramente queste cose. Nemmeno papà. Lui diceva di sapere com'era fatta la Cometa, ma non era vero. È lo stesso con te e con queste Dee."

"Perché hai tanta paura?"

"Se non ne avessi, sarei morta. E non essere così altera con me. So che pensi che io sia ridicola, ma se tu fossi un po' più gentile, questa tua idea la nasconderesti."

"Non penso che tu sia ridicola."

"Invece sì."

"No, penso solo che tu ami un po' troppo il tuo papà. Non è un delitto. Credimi, anch'io ho fatto lo stesso errore, più volte. Ti fidi di un uomo, e poco dopo..." Sospirò, scuotendo la testa. "Non ti preoccupare. Forse hai ragione. Forse dovresti tornare a casa. Chi lo sa, potrebbe essere lì ad aspettarti. Chi può saperlo?"

Si voltarono reciprocamente le spalle senza scambiare altre parole, e Jude si diresse verso la cima della collina, rimproverandosi mentre camminava, di non aver usato più tatto in quella circostanza. Aveva percorso non più di cinquanta metri quando udì il suono delicato del passo di Hoi Polloi dietro di sé, poi la voce della ragazza, priva di ogni rimprovero, che diceva:

"Papà non tornerà a casa, vero?"

Jude si voltò, fissando come meglio poteva lo sguardo strabico di Hoi Polloi. "No," rispose. "Credo che non tornerà."

Hoi Polloi guardò il terreno spaccato sotto i propri piedi. "Credo di averlo sempre saputo," disse, "ma non riuscivo ad ammetterlo." Alzò nuovamente lo sguardo: contrariamente a quanto si aspettava Jude, aveva gli occhi asciutti. Pareva in effetti quasi felice, come se avendo accettato quella morte si sentisse più leggera. "Ora siamo entrambe sole, non è vero?"

"Sì."

"Allora forse dovremmo continuare insieme. Per il bene di entrambe."

"Grazie per aver pensato a me," disse Jude.

"Noi donne dovremmo rimanere unite," replicò Hoi Polloi, e quando Jude ricominciò a salire, salì con lei.

 

III

 

Agli occhi di Gentle, Yzordderrex apparve come un sogno causato dalla febbre. Sopra al palazzo incombeva un'oscura aurora boreale, ma strade e piazze erano ovunque teatro di miracoli. Fiumi zampillavano dai marciapiedi rotti e danzavano verso l'alto sul lato della montagna, facendosi beffe con il loro movimento ascendente delle leggi di gravita. Un alone di colore dipingeva l'aria sopra ognuno dei punti da cui l'acqua zampillava, vivido come uno sciame di pappagalli. Era uno spettacolo che avrebbe divertito Pie, pensò Gentle, prendendo mentalmente nota di ogni stranezza lungo la strada, in modo da poter descrivere la scena quando fosse stato al fianco del mystif.

Ma non tutto era miracolo. Quei prismi e quelle acque si levavano in mezzo a scene di totale devastazione, tra vedove piangenti, a malapena distinguibili dalle macerie annerite delle loro case. Solo il Kesparate degli Eurhetemec, alle cui porte si trovava in quel momento, sembrava non essere stato toccato dagli incendiari. Non c'era però alcun segno di vita, e Gentle vagò per diversi minuti, studiando una nuova sfilza di insulti per Scopique, quando scorse l'uomo che era venuto a cercare. Athanasius stava davanti a uno degli alberi che costeggiavano i viali del Kesparate, e lo fissava ammirato. Anche se il fogliame era ancora al suo posto, i rami sui quali cresceva erano ben visibili, e Gentle non aveva bisogno di essere un aspirante Cristo per capire con quanta facilità vi si sarebbe potuto inchiodare un corpo.

Avvicinatosi gridò più volte il nome di Athanasius, ma l'uomo sembrava perso nelle sue fantasticherie, e non si voltò nemmeno quando Gentle gli fu alle spalle. Gli rispose, però. "Sei venuto appena in tempo," disse.

"Autocrocifissione," replicò Gentle. "Questo sì che sarebbe un miracolo."

Athanasius si girò verso di lui. Il suo viso era pallido, la fronte insanguinata. Guardò le croste sulla fronte di Gentle e scosse la testa. "Uguali," disse. Poi sollevò le mani. I palmi avevano dei segni inconfondibili. "Hai anche queste?"

"No. E questi..." si portò la mano alla fronte "... non sono quello che pensi. Perché lo fai?"

"Non l'ho fatto io," replicò Athanasius. "Mi sono svegliato con queste ferite. Credimi, non mi sono piaciute."

Il viso di Gentle rivelò il suo scetticismo e Athanasius riprese a parlare con decisione. "Non ho mai voluto niente di tutto questo," disse. "Né le stimmate, né i sogni."

"Allora perché guardavi l'albero?"

"Ho fame," fu la risposta. "E mi stavo chiedendo se avevo la forza di arrampicarmi."

Lo sguardo di Athanasius diresse nuovamente l'attenzione di Gentle all'albero. Tra il fogliame dei rami più alti c'erano grappoli di frutti portati a maturazione dalla Cometa, una specie di mandarini zebrati.

"Temo di non poterti aiutare," disse Gentle. "Non ho abbastanza consistenza per prenderli. Non puoi farli cadere scuotendo l'albero?"

"Ci ho provato. Non importa. Abbiamo cose più importanti cui pensare, che non al mio stomaco..."

"Trovarti delle bende, per cominciare," disse Gentle, i cui sospetti erano stati mitigati da quell'equivoco, almeno per il momento. "Non voglio che tu muoia dissanguato prima che cominciamo la Riconciliazione."

"Ti riferisci a queste?" disse guardandosi le mani. "No, vanno e vengono quando vogliono. Ci sono abituato."

"Bene, allora dovremmo trovarti almeno qualcosa da mangiare. Hai provato in qualcuna di quelle case?"

"Non sono un ladro."

"Athanasius, credo che qui non tornerà più nessuno. Cerchiamo di trovare qualcosa da mangiare prima che tu svenga."

Andarono alla casa più vicina, e dopo qualche incoraggiamento da parte di Gentle, sorpreso di scoprire quegli scrupoli morali nel suo compagno, Athanasius aprì la porta con un calcio. La casa era stata saccheggiata o abbandonata in fretta, ma la cucina era rimasta intatta ed era ben fornita. Athanasius si preparò un sandwich usando con delicatezza le mani ferite e insanguinando il pane.

"Ho una fame terribile," disse. "Immagino che tu abbia digiunato, vero?"

"No. Dovevo?"

"Ognuno fa a modo suo," replicò Athanasius. "Ognuno trova la strada del Paradiso a modo suo. Conoscevo un uomo che non poteva pregare se non aveva i lombi poggiati su un nido di zarzi."

Gentle trasalì. "Questa non è religione, è masochismo."

"E il masochismo non è una religione?" replicò l'altro. "Mi stupisci."

Gentle fu sorpreso nello scoprire che Athanasius era capace di fare dell'ironia, e mentre parlavano capì di provare simpatia per quell'uomo. Forse avrebbero potuto godere della reciproca compagnia, dopotutto, anche se qualsiasi tregua sarebbe stato un semplice palliativo se non avessero affrontato ciò che era successo all'Annullamento e tutto il resto.

"Ti devo una spiegazione," disse Gentle.

"Davvero?"

"Per quello che è successo alle tende. Hai perso molti dei tuoi uomini, ed è stato a causa mia."

"Non vedo come avresti potuto comportarti diversamente," disse Athanasius. "Nessuno di noi conosceva le forze con le quali aveva a che fare."

"Non sono sicuro di saperlo nemmeno ora."

Il volto di Athanasius s'incupì. "Il mystif ha affrontato molti pericoli per tornare indietro e perseguitarti," disse.

"Non è stata una persecuzione."

"Qualunque cosa fosse, per farla era necessaria molta volontà. Pie'oh'pah doveva sapere quali sarebbero state le conseguenze, per se stesso e per la mia gente."

"Detestava provocare dolore."

"Però l'ha fatto."

"Voleva essere sicuro che io comprendessi la mia missione."

"Non è un motivo sufficiente," disse Athanasius.

"È l'unico che ho," replicò Gentle, tralasciando l'altra parte del messaggio di Pie, quella su Sartori. Athanasius non aveva risposte per quegli interrogativi, dunque perché affliggerlo?

"Credo che stia accadendo qualcosa che non comprendiamo," disse Athanasius. "Hai visto le acque?"

"Sì."

"Non ti turbano? A me sì. Gentle, oltre a noi, qui ci sono altri poteri all'opera. Forse dovremmo cercarli, seguire i loro consigli."

"Cosa intendi per poteri? Altri Maestri?"

"No. Intendo la Santa Madre, Credo che possa essere qui a Yzordderrex."

"Però non ne sei sicuro."

"Qualcosa sta muovendo le acque."

"Se lei fosse qui, non lo sapresti? Tu sei stato uno dei suoi grandi sacerdoti."

"Non sono mai stato nulla del genere. All'Annullamento eravamo in adorazione perché lì era stato commesso un crimine, Una donna era stata rapita di lì e portata nel Primo."

Floccus Dado aveva raccontato a Gentle quella storia mentre attraversavano il deserto, ma con tante altre cose che lo affliggevano e lo esaltavano, l'aveva dimenticata; si trattava di sua madre, naturalmente.

"Si chiamava Celestine, vero?"

"Come fai a saperlo?"

"Perché l'ho incontrata. È ancora viva, nel Quinto."

L'altro strinse gli occhi, come per aguzzare la vista e scoprire se era una bugia. Ma dopo pochi istanti un sorrisino gli illuminò il volto.

"Allora hai avuto a che fare con donne sante," disse, "C'è ancora speranza per te."

"Potrai incontrarla anche tu, quando tutto questo sarà finito."

"Mi piacerebbe."

"Ora, però, dobbiamo seguire la nostra strada. Non possiamo concederci deviazioni. Capisci? Potremo andare a cercare la Santa Madre quando la Riconciliazione sarà stata compiuta, non prima."

"Mi sento così dannatamente nudo," disse Athanasius.

"È un sentimento di tutti. È inevitabile. Ma c'è qualcosa di ancora più inevitabile."

"E cioè?"

"L'integrità delle cose," rispose Gentle. "È più certa del peccato, della morte o dell'oscurità."

"Ben detto," replicò Athanasius. "Chi te lo ha insegnato?"

"Dovresti saperlo. Sei stato tu a sposarci."

"Ah..." sorrise. "Allora potrei ricordarti perché un uomo si sposa? Per poter essere reso integro: da una donna."

"Non quell'uomo," disse Gentle.

"Il mystif non era una donna per te?"

"A volte..."

"E quando non lo era?"

"Non era né uomo né donna. Era beatitudine."

Athanasius parve sconcertato.

Gentle non aveva mai pensato al legame tra sé e il mystif in quei termini, né gradiva ora il peso di simili dubbi. Pie era stato il suo insegnante, il suo amico e il suo amante; un campione disinteressato della Riconciliazione fin dall'inizio. Suo Padre non avrebbe mai permesso una tale relazione se essa non fosse stata più che sacra.

"Credo che dovremmo lasciare perdere l'argomento," disse ad Athanasius. "O ricominceremmo a discutere, e per una volta non lo desidero."

"Nemmeno io," replicò Athanasius. "Non ne parleremo più. Dimmi, da qui dove vai?"

"All'Annullamento."

"E chi rappresenta il Sinodo lì?"

"Chicka Jackeen."

"Ah! Così hai scelto lui?"

"Lo conoscevi?"

"Non bene. So che è venuto all'Annullamento molto prima che arrivassi io. In effetti, credo che nessuno sapesse esattamente da quanto tempo era lì. È un tipo strano."

"Se questo fosse squalificante, saremmo entrambi senza lavoro," osservò Gentle.

"È proprio vero."

A quel punto Gentle fece gli auguri ad Athanasius, e si separarono se non con affetto almeno in modo civile. Gentle portò i suoi pensieri da Yzordderrex al deserto oltre quella città. Immediatamente, l'interno della casa in cui si trovava vibrò e venne sostituito dopo qualche istante dalla vasta muraglia dell'Annullamento, che si levava da una nebbia nella quale Gentle sperava vivamente di trovare l'ultimo membro del Sinodo in sua attesa.

 

IV

 

Durante la salita delle due donne, i flussi d'acqua continuarono a convergere fino a che esse si trovarono a camminare accanto a un vero e proprio fiume, troppo ampio per essere attraversato con un balzo e troppo impetuoso per venir guadato. Non c'erano argini per contenere le acque, solo le fosse di scolo e le cunette della strada, ma la stessa volontà che spingeva le acque su per la collina le controllava, sicché esse non tracimavano dai lati. In questo modo il fiume non dissipava le sue energie, ma ingrossava invece come un animale la cui pelle stesse crescendo a velocità prodigiosa per accogliere in sé il nuovo potere ogni volta che assimilava un'altra entità della sua stessa specie. A quel punto non potevano esserci dubbi circa la sua destinazione. C'era solo una struttura sulla sommità più alta della città: il palazzo dell'Autarca. A meno che un abisso si aprisse nella strada e ingoiasse le acque prima che raggiungessero i cancelli, la pista le avrebbe portate lì.

Jude aveva ricordi contrastanti del palazzo. Alcuni, come la torre del Cardine e la camera delle preghiere che sgorgavano sotto il Cardine, erano terrificanti. Altri erano dolcemente erotici, come le ore che aveva trascorso sonnecchiando nel letto di Quaisoir mentre Concupiscentia cantava e l'amante che aveva considerato troppo perfetto per essere vero l'aveva coperta di baci. Era sparito, naturalmente, ma Jude sarebbe tornata nel labirinto che lui aveva costruito, seguendo ora un nuovo proposito, non solo con il suo odore su di sé (odore di coito, aveva detto Celestine) ma con il frutto di quell'unione in grembo. La sua speranza di poter essere partecipe della saggezza di Celestine era stata sicuramente frustrata da quell'unione. Anche dopo i rimproveri di Tay e la mediazione di Clem, la donna aveva trovato il modo di trattare Jude come una reietta. E se lei, sfiorata appena dalla divinità, aveva sentito l'odore di Sartori sulla pelle di Jude, Tishalullé non sarebbe stata da meno, e avrebbe immediatamente capito che c'era anche il bambino. Se sfidata, Jude aveva deciso che avrebbe detto la verità. Aveva buone ragioni per fare tutto quello che aveva fatto, e non avrebbe cercato false scuse: si sarebbe presentata agli altari di quelle Dee con umiltà e rispetto di se stessa in egual misura.

Le porte erano visibili e il fiume correva verso di esse, il suo flusso un bianco boato d'acqua. Il suo assalto, o qualche violenza precedente, avevano fatto saltare entrambi i cancelli dai cardini, e l'acqua fluiva gioiosa attraverso l'apertura.

"Come facciamo a passare?" gridò Hoi Polloi sovrastando il fragore.

"Non è così profondo," disse Jude. "Se andiamo insieme, saremo in grado di guadarlo. Qui. Prendimi la mano."

Senza dare alla ragazza il tempo di discutere o tirarsi indietro, afferrò con forza il polso di Hoi Polloi e fece un primo passo nell'acqua. Come aveva detto, non era molto profonda. La sua superfìcie spumeggiante arrivava solo a metà coscia. Era però mossa da una forza considerevole, e le due donne furono obbligate a procedere con estrema attenzione. Jude non riusciva a vedere che tipo di terreno stessero calpestando perché l'acqua era troppo agitata, ma riusciva a sentire attraverso le suole come il fiume stesse erodendo la pavimentazione, consumando in pochi minuti ciò che secoli di passaggi di soldati, schiavi e penitenti non erano riusciti a intaccare, Né quell'erosione era l'unica cosa a minacciare l'equilibrio delle due donne. Ora il fiume era davvero sovraccarico di offerte votive, suppliche e rifiuti, tutto materiale che proveniva da cinque o sei punti dei Kesparate più bassi. Pezzi di legno battevano sui tendini delle loro ginocchia e dei loro stinchi, lembi di stoffa si avvolgevano intorno ai loro polpacci. Ma Jude mantenne un passo sicuro, e avanzò con costanza fino a quando non ebbero attraversato i cancelli, guardandosi ogni tanto alle spalle per rassicurare Hoi Polloi con uno sguardo o un sorriso: anche se disagevole, il guado non era troppo pericoloso.

Una volta all'interno delle mura del palazzo, il fiume non rallentava. Sembrava anzi trovare nuovo impeto, la sua spuma scagliata ancora più in alto, mentre si arrampicava attraverso i cortili. Lì i raggi della Cometa cadevano con intensità ancora maggiore che nei Kesparate sottostanti, e la luce, colpendo l'acqua, tesseva filigrane argentee contro le tristi pietre. Distratta dalla bellezza di quello spettacolo, Jude perse momentaneamente l'equilibrio mentre attraversavano i cancelli e, nonostante un grido di avvertimento, cadde all'indietro in acqua trascinando Hoi Polloi con sé. Anche se non correvano il rischio di affogare, l'acqua aveva forza sufficiente da portarle via, e Hoi Polloi, la più leggera delle due, venne sospinta oltre Jude a una certa velocità. I loro tentativi di rimettersi in piedi vennero vanificati dai mulinelli e dalle correnti che l'acqua stava generando, e fu solo per caso che Hoi Polloi, gettata contro un argine di detriti che frenava una parte del flusso, riuscì a servirsi di quel cumulo di rifiuti per fermarsi e mettersi in ginocchio. L'acqua si rompeva contro di lei con veemenza, indomita nella sua volontà di trascinarla via, ma lei la sconfisse, e quando Jude giunse in quel punto Hoi Polloi stava alzandosi in piedi.

"Dammi la mano!" gridò, ripetendo l'invito che Jude le aveva rivolto quando erano entrate nel flusso.

Jude allungò una mano, girandosi nell'acqua per tendersi verso le dita di Hoi Polloi. Ma il fiume aveva altre intenzioni. Quando le loro mani furono a pochi centimetri di distanza, le acque cospirarono per far girare Judith e portarla lontano, tenendola con una forza tale che per qualche istante non riuscì più a respirare. Non poté nemmeno urlare qualche parola rassicurante, trascinata com'era dalla corrente verso una volta monolitica, e lontana dalla vista.

Per quanto le acque fossero violente e la sballottassero di qua e di là nel loro rapido turbinare tra chiostri e colonnati, lei non aveva paura; anzi, quell'esuberanza era contagiosa. Ora lei occupava un posto nei loro piani, anche se esse non lo sapevano, ed era felice di essere trascinata verso chi le aveva chiamate, che era sicuramente anche la loro fonte. Soltanto la fine di quella corsa avrebbe rivelato se chi le aveva evocate - Tishalullé, o Jokalaylau, o qualunque altra Dea potesse risiedere in quel luogo in quel giorno - l'avrebbe giudicata una penitente o semplicemente uno dei tanti rifiuti.

 

V

 

Se Yzordderrex si era trasformata in un luogo di meraviglie, l'Annullamento era diventato un luogo di mistero. Non un alito di vento che increspasse la cappa di foschia che si stendeva sulle tende abbattute e sui cadaveri che, coperti da un sudario e lasciati insepolti, giacevano tra le loro pieghe; e la Cometa non aveva sufficiente energia per penetrare una nebbia ancora più profonda, il cui manto gettava sul luogo la sua ombra fosca e grigia. Alla sinistra del punto in cui si trovava la proiezione di Gentle, era visibile nelle tenebre il cerchio di Madonne entro cui Athanasius e i suoi discepoli si erano rifugiati. Ma l'uomo che Gentle era venuto a cercare non si trovava lì, né era dato scorgere alcun segno di lui sulla destra dove la nebbia era così fitta da inghiottire ogni cosa si trovasse oltre gli otto-dieci metri. Gentle si avviò comunque in quella direzione, anche se l'idea di chiamare ad alta voce il nome di Chicka Jackeen lo metteva a disagio. Tutto, in quel paesaggio, sembrava come sedato, e Gentle non intendeva sfidarlo. Avanzò dunque in silenzio. Il suo corpo muoveva appena la foschia, i suoi piedi lasciavano poche o nessuna traccia sul terreno. Si sentiva più fantasma lì che in tutti gli altri luoghi dov'era stato. Era un paesaggio per anime del suo tipo: calme, ma tormentate.

Non dovette camminare alla cieca troppo a lungo. Dopo un po' la foschia iniziò a diradarsi, e attraverso i suoi banchi Gentle riuscì a intravedere Chicka Jackeen. Aveva recuperato dai rottami una sedia e un tavolino e ora sedeva con la schiena rivolta al grande muro del Primo Dominio: stava facendo un solitario con le carte e parlava da solo, come un folle. Siamo tutti pazzi, pensò Gentle vedendolo così. Sua Rozzezza rincoglionito di senape; Scopique un terrorista dilettante; Athanasius che marchiava i suoi sandwich sacramentali con le mani trafitte, e infine Chicka Jackeen che parlava da solo come una scimmia nevrotica. Pazzi dal primo all'ultimo. E di tutti loro lui, Gentle, era probabilmente il più pazzo: amante di una creatura che sfidava le definizioni dei sessi, creatore di un uomo che aveva distrutto nazioni. Nella sua vita l'unica cosa sana che ardeva come una luminosa luce bianca gli veniva da Dio: la semplice fermezza di un Riconciliatore.

"Jackeen?"

L'uomo alzò gli occhi dalle carte, l'espressione in qualche modo colpevole. "Oh, Maestro. Sei qui."

"Non mi dirai che non mi stavi aspettando?"

"Non così presto. È ora di andare all'Ana?"

"Non ancora. Sono venuto per assicurarmi che tu fossi pronto."

"Sono pronto, Maestro. Davvero."

"Stavi vincendo?"

"Stavo giocando da solo."

"Questo non significa che tu non possa vincere."

"Già. Allora sì, stavo vincendo." Si alzò dal tavolo, togliendosi gli occhiali che aveva calzato per studiare le sue carte.

"Mentre aspettavi, è uscito qualcosa dall'Annullamento?"

"No, niente. In effetti, la tua è la prima voce che sento da quando se ne è andato Athanasius."

"Ora fa parte del Sinodo," disse Gentle. "Scopique lo ha indotto a unirsi a noi, per rappresentare il Secondo."

"Che cosa è accaduto all'Eurhetemec? Non sarà stato ucciso?"

"È morto di vecchiaia."

"Athanasius sarà all'altezza del compito?" chiese Jackeen, poi, ritenendo che la sua domanda andasse al di là del lecito, aggiunse: "Mi spiace. Non ho diritto di mettere in discussione il tuo giudizio."

"Hai ogni diritto," replicò Gentle. "Dobbiamo avere completa fiducia l'uno nell'altro."

"Se ti fidi di Athanasius, io farò lo stesso," disse semplicemente Jackeen.

"Allora siamo pronti."

"C'è una cosa che vorrei riferirti, se posso."

"Che cosa?"

"Ho detto che nulla è uscito dall'Annullamento, e questo è vero..."

"... ma qualcosa è entrato?"

"Sì. La scorsa notte stavo dormendo sotto il tavolo, qui..." indicò il suo giaciglio di coperte e pietra. "E mi sono destato rabbrividendo fino al midollo. All'inizio non ero sicuro d'essere sveglio, perciò mi sono alzato lentamente. Ma, appena in piedi, ho visto quelle figure uscire dalla nebbia. A dozzine."

"Chi erano?"

"Nullianac," disse Jackeen. "Li conosci?"

"Certamente."

"Ne ho contati almeno cinquanta, a pochi passi da me."

"Ti hanno minacciato?"

"Credo che non mi abbiano neanche visto. Avevano gli occhi fissi sulla loro destinazione..."

"Il Primo?"

"Esatto. Ma prima di attraversare, hanno lasciato cadere i loro indumenti, e ne hanno fatto dei falò, bruciando così tutto ciò che indossavano o che avevano portato con sé."

"Lo hanno fatto tutti?"

"Tutti quelli che ho visto. Una cosa incredibile."

"Puoi mostrarmi i falò?"

"Certamente," disse Jackeen, e si allontanò dal tavolo guidando Gentle e continuando a parlare. "Non avevo mai visto un Nullianac prima, ma naturalmente avevo sentito delle storie su di loro."

"Sono dei bruti," disse Gentle. "Io ne ho ucciso uno a Vanaeph, qualche mese fa, poi ho incontrato uno dei suoi fratelli a Yzordderrex, dove ha ucciso una bambina che conoscevo."

"Ho sentito dire che amano l'innocenza. Per loro è come un nutrimento. E sono tutti imparentati gli uni con gli altri, anche se nessuno ha mai visto femmine della loro specie, Anzi, c'è chi dice che non ne esistono."

"Sembra che tu sappia molte cose su di loro."

"Be', ho letto molto," disse Jackeen guardando Gentle. "Ma sai come si dice: non studiare nulla..."

"... che tu non conosca già."

"Esatto."

Gentle guardò l'uomo con rinnovato interesse, mentre ascoltava quel vecchio detto dalle sue labbra. Era tanto comune che qualsiasi studente lo sapeva a memoria, oppure Chicka Jackeen conosceva davvero il significato di ciò che stava dicendo? Gentle smise di camminare, e Jackeen si fermò accanto a lui, porgendogli un sorriso che sconfinava nel malizioso. Ora fu Gentle a studiare, usando come testo il viso dell'altro. E, leggendolo, ebbe la prova della giustezza del detto.

"Mio Dio..." esclamò. "Lucius?"

"Sì, Maestro. Sono io."

"Lucius! Lucius!"

Gli anni avevano lasciato tracce su di lui, naturalmente, anche se non troppo profonde. Il viso che Gentle aveva davanti non era certo più quello dell'ansioso novizio cui aveva ingiunto di andarsene da Gamut Street, ma non era stato segnato da più di un decimo dei due secoli trascorsi.

"È straordinario," disse Gentle.

"Pensavo che sapessi chi ero, e che stessi giocando con me."

"Come potevo saperlo?"

"Sono davvero tanto diverso?" chiese l'altro, un po' abbattuto. "Mi ci sono voluti ventitré anni per essere padrone del feit dell'immutabilità, ma pensavo di avere colto la fine della mia giovinezza prima che scomparisse completamente. Un po' di vanità. Perdonami."

"Quando sei arrivato qui?"

"Mi sembra una vita, perciò probabilmente è così. Al principio ho vagato per i Domini, studiando con un evocatore dopo l'altro, ma nessuno di loro mi ha mai veramente soddisfatto. Avevo te come termine di paragone, capisci? Ecco perché nulla poteva accontentarmi."

"Ma io sono stato un pessimo insegnante," disse Gentle.

"Niente affatto. Mi hai insegnato le cose fondamentali, e io ho vissuto e prosperato seguendole. Forse non agli occhi del mondo, ma ai miei sì."

"L'unica lezione che ti ho dato è stata sulle scale. Ricordi quell'ultima notte?"

"Certo che la ricordo. Le leggi dello studio, delle opere e della paura. Meravigliose."

"Ma non erano mie, Lucius. Me le aveva insegnate il mystif. Io le ho soltanto tramandate."

"Non è quello che fa la maggior parte degli insegnanti?"

"Credo che i grandi non ripetano semplicemente la saggezza, ma che la affinino. Io non ho affinato niente. Pensavo che ogni parola che pronunciavo fosse perfetta soltanto perché cadeva dalle mie labbra."

"Allora il mio idolo ha i piedi d'argilla?"

"Temo di sì."

"Pensavi che non lo sapessi? Ho visto quello che è accaduto al Rifugio. Ti ho visto fallire, ed è per questo che ho atteso qui."

"Non ti seguo."

"Sapevo che non avresti accettato un fallimento. Avresti aspettato, fatto progetti, e un giorno, anche se ci fossero voluti mille anni, saresti tornato per ritentare."

"Uno di questi giorni ti racconterò come è successo in realtà, e la cosa non ti sembrerà tanto speciale."

"Comunque sia andata, ora sei qui," disse Lucius. "E finalmente posso realizzare il mio sogno."

"Quale?"

"Lavorare con te. Unirmi a te nell'Ana, da Maestro a Maestro." Sorrise lievemente. "Oggi la mia felicità è al culmine," disse. "Se mai dovessi essere più felice di così, ne morirò. Ah! Ecco, Maestro!" Si fermò e indicò il terreno a pochi metri da loro. "Quello è uno dei fuochi dei Nullianac."

Tra le ceneri della macchia nera c'erano resti d'abiti dei Nullianac. Gentle si avvicinò. "Lucius, puoi controllare tu?"

Lucius acconsentì e si chinò a rivoltare i carboni per estrarne ciò che rimaneva degli indumenti. C'erano brandelli di abiti, di cappe e di giacche degli stili più diversi: alcuni finemente ricamati, secondo la moda di Patashoqua, altri poco più che tela di sacco; uno era ornato di medaglie, come se il proprietario fosse stato un soldato.

"Devono essere arrivati da ogni parte dell'Imagica," disse Gentle.

"Evocati, direi," soggiunse Lucius.

"Sembra un'ipotesi ragionevole."

"Ma perché?"

Gentle rifletté per un attimo. "Credo che l'Imperscrutato li abbia messi nella Sua fornace, Lucius. Li ha eliminati bruciandoli."

"Allora sta ripulendo i Domini?"

"Sì. E i Nullianac lo sapevano. Si sono spogliati dei loro vestiti come penitenti, perché sapevano che stavano per essere giudicati."

"Vedi," disse Lucius, "tu sei saggio."

"Quando me ne sarò andato, brucerai anche questi ultimi residui?"

"Certamente."

"E Sua volontà che noi ripuliamo questo posto."

"Comincerò subito."

"E io tornerò al Quinto, a finire i preparativi."

"Il Rifugio è ancora in piedi?"

"Sì. Ma io non starò lì. Sono ritornato a Gamut Street."

"Quella era una bella casa."

"Lo è ancora, a modo suo. Ti ho visto lì sugli scalini solo qualche notte fa."

"Spirito lì e carne qui! Cosa potrebbe esserci di più perfetto?"

"Essere carne e spirito nell'integrità della Creazione," rispose Gentle.

"Sì. Questo sarebbe ancora meglio."

"E accadrà. Tutto è Uno, Lucius."

"Non avevo dimenticato quella lezione."

"Bene."

"Ma se posso farti una richiesta..."

"Sì?"

"D'ora in poi mi chiameresti Chicka Jackeen? Ho perso lo splendore della bellezza, perciò posso anche perdere il nome."

"E sia, Maestro Jackeen."

"Grazie."

"Ci vediamo tra un paio d'ore," disse Gentle, e diresse i suoi pensieri al ritorno.

Questa volta non ci furono deviazioni o indugi, né per ragioni sentimentali né per altri motivi. Gentle tornò alla velocità della sua volontà fino a Yzordderrex e lungo la via di Lenten, sopra la Culla e le cime tenebrose dello Jokalaylau, passando attraverso il Monte di Lipper Bayak e Patashoqua (entro le cui mura doveva ancora entrare), tornando infine al Quinto e alla stanza che aveva lasciato in Gamut Street.

Era ormai giorno fatto e Clem, sulla porta, aspettava pazientemente il ritorno del suo Maestro. Non appena vide una scintilla di animazione sul viso di Gentle, iniziò a parlare: aveva un messaggio troppo urgente perché potesse permettersi di perdere un secondo più del necessario.

"Monday è tornato," disse.

Gentle si stirò e sbadigliò. Il collo e i lombi gli dolevano, e la sua vescica era piena da scoppiare, ma almeno non era tornato per scoprire che le sue viscere avevano ceduto, come aveva ipotizzato Sua Rozzezza.

"Bene," disse. Si alzò in piedi e zoppicò verso la cappa del camino, appoggiandosi a essa mentre cercava di far tornare un po' di vita nelle gambe addormentate. "Ha preso tutte le pietre?"

"Sì. Ma temo che Jude non sia tornata con lui."

"Dove diavolo è andata?"

"Non me lo vuole dire. Dice di avere un suo messaggio, ma vuole comunicarlo soltanto a te. Vuoi parlargli? È al piano di sotto a fare colazione."

"Sì. Per favore, fallo salire. E se ci riesci, trovami qualcosa da mangiare. Tutto tranne le salsicce."

Clem scese al piano di sotto mentre Gentle si dirigeva verso la finestra, aprendola. Era spuntata l'alba sull'ultimo giorno che il Quinto avrebbe visto da Non Riconciliato, e la temperatura era già abbastanza elevata da far appassire le foglie sull'albero all'esterno. Sentendo i passi di Monday sulle scale, Gentle si girò per salutare il messaggero, il quale apparve con un hamburger mezzo mangiato in una mano e una sigaretta mezza fumata nell'altra.

"Devi dirmi qualcosa?" chiese.

"Sì, Capo. Da parte di Jude."

"Dov'è andata?"

"Yzordderrex. Questo fa parte di quello che ti devo dire. È andata a Yzordderrex."

"L'hai vista partire?"

"Non esattamente. Mentre partiva, mi ha fatto aspettare fuori, e questo è quello che ho fatto."

"E il resto del messaggio?"

"Mi ha detto..." esibì una grande mimica della concentrazione "... di dirti dov'era andata, e questo l'ho fatto, poi mi ha detto di dirti che la Riconciliazione non è sicura, e che non devi fare niente prima che lei si metta in contatto con te."

"Non è sicura? Sono state queste le sue parole?"

"Questo è ciò che ha detto. Non sto scherzando."

"Sai a che cosa intendesse alludere?"

"Non ne ho la più pallida idea, Capo." Poi i suoi occhi si spostarono da Gentle all'angolo più buio della stanza. "Non sapevo che tu avessi una scimmia," disse. "L'hai portata adesso?"

Gentle scrutò nell'angolo. Era Riposino, che guardava stizzosamente il Maestro; era probabilmente entrato nella Stanza della Meditazione durante la notte.

"Mangia gli hamburger?" chiese Monday accovacciandosi.

"Puoi provare," disse distrattamente Gentle. "Monday, Jude ha detto solo questo: non è sicura?"

"Sì, Capo. Lo giuro."

"Era appena arrivata al Rifugio e ti ha detto che non sarebbe tornata indietro?"

"Oh no, ci è voluto un po' di tempo," disse Monday, facendo una smorfia quando la creatura che aveva creduto essere una scimmia uscì dal nascondiglio nell'angolo e iniziò ad avvicinarsi all'hamburger offerto.

Fece per alzarsi, ma la creatura scoprì i denti in un ghigno talmente feroce che Monday ci ripensò, limitandosi ad allungare il braccio più che poteva in modo da tenere la bestia lontana da sé. Quando giunse a una distanza da cui poteva annusare, Riposino rallentò e anziché strappare il cibo lo prese dalla mano di Monday con estrema delicatezza, sollevando i mignoli.

"Vuoi finire la storia?" disse Gentle.

"Oh sì. Be', quando siamo arrivati al Rifugio c'era un tipo dentro, e lei ci ha parlato a lungo."

"Era qualcuno che conosceva?"

"Oh sì."

"Chi?"

"Non ricordo come si chiamava," disse Monday, ma vedendo la fronte corrugata di Gentle, protestò: "Questo non faceva parte del messaggio, Capo. Se ne avesse fatto parte, me lo sarei ricordato."

"Ricordalo lo stesso," lo esortò Gentle, che iniziava a sospettare un complotto. "Chi era?"

Monday si alzò in piedi e aspirò nervosamente dalla sigaretta. "Non ricordo. C'erano tanti di quegli uccelli, sai, e api, e roba del genere. Non stavo veramente ascoltando. Era qualcosa di corto, come Cody o Coward o..."

"Dowd."

"Già! Ecco. Era Dowd. Ed era veramente messo male, lascia che te lo dica."

"Ma era vivo."

"Oh sì, per poco. Come ti ho detto, hanno parlato."

"Ed è stato dopo aver parlato che lei ha deciso di andare a Yzordderrex?"

"Esatto. Mi ha detto di riportarti le pietre, assieme al messaggio."

"Cosa che hai fatto. Grazie."

"Capo, sei tu il Capo," disse Monday. "È tutto? Se mi vuoi sono sulla soglia. Sarà una giornata caldissima." Si precipitò giù dalle scale.

"Devo lasciare la porta aperta, Liberatore?" chiese Riposino, mentre rosicchiava l'hamburger.

"Che cosa fai qui?"

"Là sopra mi sentivo solo," disse la creatura.

"Hai promesso obbedienza," gli ricordò Gentle.

"Non ti fidi di lei, vero?" replicò Riposino. "Pensi che sia andata a raggiungere Sartori."

Non ci aveva pensato, fino a quel momento. Ma l'idea, ora che era venuta in superficie, non gli sembrava tanto improbabile. Jude gli aveva confessato cosa provava per Sartori in quella stessa casa, ed era fermamente convinta che lui la ricambiasse. Forse era soltanto uscita dal Rifugio mentre Monday era girato da un'altra parte, ed era andata a cercare il padre di suo figlio. Sarebbe stato un comportamento assurdo: cercare le braccia di un uomo dopo aver aiutato il suo peggior nemico a batterlo una volta per tutte. Ma quella non era una giornata da sprecare analizzando enigmi del genere. Lei aveva fatto quello che aveva fatto, e basta.

Gentle si appoggiò sul davanzale dal quale aveva spesso pianificato i suoi viaggi e cercò di allontanare da sé tutti i pensieri che riguardavano la defezione di Jude. Ma quella non era la stanza adatta per cercare di dimenticarla. Dopotutto era il grembo nel quale lei era stata creata. Probabilmente le tavole nascondevano ancora particelle della sabbia che aveva marcato il suo cerchio, e macchie, nella profondità delle loro venature, dei liquidi con cui lui ne aveva consacrato la nudità. Per quanto cercasse di allontanare da sé quei pensieri, l'uno portava inevitabilmente all'altro. Immaginandola nuda, pensò alle proprie mani su di lei, lucide per gli oli. Poi ai suoi baci. Poi al suo corpo. E prima che fosse trascorso un minuto, si trovò seduto sul davanzale con un'erezione che premeva nelle sue mutande.

Di tutte le mattine, proprio in quella doveva essere perseguitato da simili distrazioni! Le seduzioni della carne non avevano parte nel lavoro che lo aspettava. Avevano trasformato l'ultima Riconciliazione in una tragedia, e lui non avrebbe permesso che lo allontanassero neanche di un passo dal suo sentiero consacrato. Si guardò l'inguine, disgustato.

"Tagliatelo," lo consigliò Riposino.

Se avesse potuto fare quell'atto di coraggio senza rendersi invalido, lo avrebbe fatto immediatamente, e con gioia. Non provava altro che disprezzo per quello che si alzava tra le sue gambe. Quel membro era un focoso idiota e Gentle voleva sbarazzarsi di lui.

"Posso controllarlo," replicò.

"Le ultime parole famose," disse la creatura.

Un merlo era volato sull'albero e stava cantando allegramente. Gentle guardò nella sua direzione e oltre, attraverso i rami, verso il cielo blu brunito. Mentre lo studiava i suoi pensieri mutarono corso, e quando udì Clem salire le scale con cibo e bevande, l'attacco di carnalità era passato e Gentle salutò i suoi angeli a mente più fresca.

"Allora adesso aspettiamo," disse a Clem.

"Che cosa?"

"Che torni Jude."

"E se non tornasse?"

"Tornerà," replicò Gentle. "È nata qui. Questa è la sua casa, anche se lei vorrebbe che non lo fosse. Alla fine dovrà tornare. E se ha cospirato contro di noi, Clem, se sta lavorando con il nemico allora giuro che descriverò un cerchio proprio qui," indicò le tavole "... e la distruggerò al punto che sarà come se non avesse mai esalato un respiro."

 

55

 

I

 

Le acque ribelli alle leggi fisiche furono compassionevoli. Anche se portarono Jude attraverso il palazzo ad altissima velocità, ruggendo lungo i corridoi che il loro passaggio aveva già spogliato di tappezzerie e mobili, trattarono il loro carico con cura. Jude non fu scaraventata contro i muri o le colonne, ma venne trasportata su un battello di spuma che senza beccheggiare né affondare si affrettò, come guidato a distanza, verso la sua destinazione. Non c'erano dubbi su quale essa fosse. Il mistero nel cuore del dedalo dell'Autarca era sempre stato la Torre del Cardine e, anche se Jude aveva assistito all'inizio del disfacimento di quel luogo, la Torre restava comunque, e senza ombra di dubbio, il suo punto di approdo. Preghiere e suppliche erano giunte qui per un'intera era, attirate dall'autorità del Cardine. Qualunque forza l'avesse ora sostituito, e avesse chiamato quelle acque, aveva posto il suo trono sopra le macerie del Signore caduto.

Jude ne ebbe la prova non appena le acque la portarono fuori dai corridoi spogli fin dentro gli ambienti più severi della Torre, rallentando per affidarla a una pozza così densa di detriti da risultare quasi solida. Su quelle macerie si ergeva una scalinata, e lei si tirò fuori sdraiandosi sui gradini inferiori, stordita ma tonificata. Le acque continuarono ad agitarsi intorno alla scalinata come una frenetica marea zampillante, con un chiaro e contagioso desiderio di superare anche i gradini. Poco dopo Jude si alzò in piedi e iniziò a salire.

Anche se in cima non vi erano luci accese, le scale erano completamente illuminate da una fonte che sovrastava Jude e la inondava; come la luce nei luoghi delle sorgenti, anche quella era prismatica, e indicava che c'erano altre acque che stavano giungendo a palazzo per altre vie. Ancor prima che avesse salito metà della scalinata, apparvero davanti a Jude due donne che la guardavano dall'alto. Entrambe indossavano semplici camicie biancastre: la più grassa delle due, una donna di dimensioni ciclopiche, sbottonò la propria, scoprì il seno, e lo porse al bambino che teneva in braccio. La donna aveva un'espressione infantile quasi quanto quella del poppante, e i suoi capelli erano sottili; il viso, come il seno, era pesante e roseo. La donna accanto a lei era più vecchia e magra, la pelle molto più scura di quella della compagna, i capelli grigi sciolti che le ricadevano sulle spalle come un cappuccio. Indossava guanti e occhiali, e guardò Jude con un distacco quasi professorale.

"Un'altra creatura salvata dalle acque," disse.

Jude si era fermata. Anche se nessuna delle donne aveva dato segno in alcun modo di volerle proibire l'ingresso, Judith voleva accedere a quel luogo di miracoli come ospite, non come intrusa.

"Sono la benvenuta?"

"Naturalmente," disse la madre. "Sei venuta per incontrare le Dee?"

"Sì."

"Allora sei del Bastione?"

Jude non poté rispondere perché fu preceduta dall'altra donna.

"Naturalmente no! Guardala!"

"Però l'hanno portata le acque."

"Le acque portano qualsiasi donna che osi affrontarle. Non hanno forse portato anche noi?"

"Ce ne sono molte altre?" chiese Jude.

"Centinaia," fu la risposta. "Ormai forse migliaia."

Jude non era sorpresa. Se qualcuno come lei, una straniera nei Domini, era arrivato a sospettare che le Dee esistessero ancora, le donne che vivevano lì dovevano essere state ancor più fiduciose, dato che avevano sempre convissuto con le leggende di Tishalullé e Jokalaylau.

Quando Jude giunse in cima alle scale, la donna con gli occhiali si presentò: "Sono Lotti Yap."

"Io sono Judith."

"Ci fa piacere conoscerti, Judith," disse l'altra donna. "Io sono Paramarola. E questo bel tipo," guardò il bambino, "è Billo."

"Tuo?" chiese Jude.

"Dove avrei potuto trovare un uomo capace di darmi una cosa come questa?" rispose Paramarola.

"Siamo state nell'Annex per nove anni," spiegò Lotti Yap. "Ospiti dell'Autarca."

"Che il suo spino marcisca e le sue bacche appassiscano," aggiunse Paramarola.

"E tu da dove sei venuta?" chiese Lotti.

"Dal Quinto," disse Jude.

Judith, ora, non stava prestando completa attenzione alle donne. Il suo interesse era stato attirato da una finestra che si trovava dall'altra parte del corridoio allagato alle loro spalle, o piuttosto dalla vista che si godeva da essa. Si avvicinò al davanzale, piena di soggezione e di stupore, e vide uno spettacolo straordinario. L'alluvione aveva spianato un cerchio ampio quasi un chilometro al centro del palazzo, abbattendo mura, colonne e soffitti, e portando con sé le macerie. Tutto ciò che rimaneva, e che emergeva dalle acque, erano isole di roccia dove un tempo si ergevano le torri più alte, e qua e là l'angolo di qualcuno dei vasti anfiteatri del palazzo, scampato come per burlarsi delle vanità presuntuose del suo architetto. Jude pensò che neanche quei frammenti sarebbero rimasti in piedi molto a lungo. Le acque che circondavano l'immenso bacino erano placide, ma il loro semplice peso avrebbe presto fatto crollare gli ultimi resti dell'opera di Sartori.

Al centro di quel piccolo mare si trovava un'isola più grande delle altre, le cui sponde più basse erano formate dalle camere semidemolite che circondavano la Torre del Cardine, e i declivi dalle macerie del culmine della Torre, frammiste a grossi blocchi del Cardine stesso. La cima più alta dell'isola era costituita da ciò che rimaneva della Torre stessa: una piramide di pietrisco, scabra ma luminosa, in cui sembrava ardere un fuoco bianco. Guardando la trasformazione che quelle acque avevano provocato erodendo in pochi giorni, forse ore, ciò che l'Autarca aveva impiegato decenni a concepire e costruire, Jude si stupì di avere raggiunto quel luogo tutta intera. Il potere che aveva incontrato da principio sui pendii più bassi sotto forma di ruscello innocente ma testardo, si rivelava lì una imponente forza di mutamento.

"Eravate qui quando è successo?" chiese a Lotti Yap.

"Ne abbiamo visto solo la fine," replicò costei. "Ma lascia che ti dica che è stato uno spettacolo davvero indescrivibile. Veder cadere le torri..."

"Abbiamo temuto per le nostre vite," disse Paramarola.

"Parla per te," replicò Lotti. "Le acque non ci hanno liberate solo per annegarci. Vedi, noi eravamo prigioniere nell'Annex. Poi la porta si è spalancata e le acque sono traboccate all'improvviso, abbattendo i muri."

"Sapevamo che le Dee sarebbero venute," spiegò Paramarola. "Abbiamo sempre avuto fede."

"Perciò non avete mai creduto che fossero morte?"

"Certo che no. Sepolte vive, forse. Addormentate, Pazze, perfino. Ma morte mai."

"Ciò che dice è giusto," confermò Lotti, "Sapevamo che questo giorno sarebbe venuto."

"Sfortunatamente, potrebbe essere una vittoria di breve durata," disse Jude.

"Perché dici così? L'Autarca è scomparso."

"Sì, ma suo Padre no."

"Suo Padre?" chiese Paramarola, "Pensavo che fosse un bastardo."

"Dunque chi è suo padre?" chiese Lotti.

"Hapexamendios."

Paramarola rise, ma Lotti Yap le diede una gomitata nelle costole ben foderate.

"Rola, non è uno scherzo."

"Deve esserlo," protestò l'altra.

"Ti sembra che la donna stia ridendo?" Poi, rivolta a Jude, domandò: "Hai le prove di quanto dici?"

"No, non le ho."

"Allora come ti è venuta un'idea simile?"

Jude aveva immaginato che sarebbe stato difficile convincere la gente circa le origini di Sartori, ma aveva ottimisticamente supposto che quando fosse giunto il momento le sarebbe venuta un'illuminazione improvvisa. Invece provò una forte rabbia e un senso d'impotenza. Se era obbligata a rivelare l'intera triste storia della sua vicenda con l'Autarca Sartori a ogni persona che si trovava tra lei e le Dee, il peggio sarebbe accaduto prima che fosse arrivata a metà strada. Poi, l'ispirazione.

"La prova è il Cardine," disse.

"Come?" chiese Lotti, che stava ora studiando la donna portata dalle acque con nuova intensità. "L'Autarca non avrebbe mai potuto spostare il Cardine senza la collaborazione di suo Padre."

"Ma il Cardine non appartiene all'Imperscrutato," disse Paramarola. "Non gli è mai appartenuto."

Jude parve confusa.

"Ciò che dice Rola è vero," riprese Lotti. "Forse l'ha anche usato per controllare pochi uomini deboli. Ma il Cardine non è mai stato Suo."

"E di chi, allora, di chi?"

"Uma Umagammagi era in esso."

"E chi è?"

"La sorella di Tishalullé e Jokalaylau. Sorellastra delle figlie del Delta."

"C'era una Dea nel Cardine?"

"Sì."

"E l'Autarca non lo sapeva?"

"Esatto. Lei si nascose lì per sfuggire a Hapexamendios quando Lui passò attraverso l'Imagica. Jokalaylau andò nella neve, e lì si perse. Tishalullé..."

"... nella Culla di Chzercemit," terminò Jude.

"È vero," esclamò Lotti, assai stupita.

"E Uma Umagammagi si nascose nella roccia solida," continuò Paramarola, raccontando la storia come se parlasse a un bambino, "pensando che Lui sarebbe passato senza vederla. Ma Lui scelse il Cardine come centro dell'Imagica, e pose il Suo potere su di esso, imprigionandola."

Questo era certamente il colmo dell'ironia, pensò Jude. L'architetto di Yzordderrex aveva costruito la sua fortezza, anzi, il suo Impero, intorno a una Dea imprigionata. L'analogia con la storia di Celestine era impressionante. Sembrava che quando Roxborough aveva segregato Celestine sotto la propria casa, avesse inconsapevolmente agito secondo una triste tradizione.

"Dove sono le Dee, ora?" chiese Jude a Lotti.

"Sull'isola. Verremo ammesse alla loro presenza a suo tempo, e verremo benedette da loro. Ma ci vorranno dei giorni."

"Io non dispongo di giorni," disse Jude. "Come faccio ad arrivare all'isola?"

"Sarai chiamata quando verrà il tuo momento."

"Dev'essere adesso," disse Jude. "O mai più." Guardò a destra e a sinistra nel corridoio, "Grazie per la lezione," aggiunse, "Forse ci vedremo ancora."

Scegliendo di andare a sinistra, fece per allontanarsi ma Lotti l'afferrò per la manica.

"Judith, tu non capisci," disse. "Le Dee sono venute a salvarci. Qui niente può farci del male. Neanche l'Imperscrutato."

"Spero sia vero," disse Jude. "Dal profondo del mio cuore, spero sia vero. Ma in caso non lo sia, le devo avvisare."

"Allora sarà meglio che veniamo con te," disse Lotti. "Altrimenti non troverai mai la strada."

"Aspetta," disse Paramarola. "Dobbiamo proprio farlo? Potrebbe essere una donna pericolosa."

"Non lo siamo tutte?" replicò Lotti. "È per questo che ci hanno rinchiuse, ricordi?"

 

II

 

Se l'atmosfera nelle strade fuori del palazzo ricordava un carnevale dopo l'Apocalisse - le acque che danzavano, i bambini che ridevano, l'aria iridescente - quella sensazione era cento volte più intensa nei corridoi intorno all'orlo del bacino scavato dalle acque. Anche lì c'erano bambini e le loro risate erano più musicali che mai. Nessuno di loro aveva più di cinque anni, ed erano un miscuglio di maschi e femmine. Trasformavano i corridoi in terreni di gioco, e le loro grida echeggiavano su mura che non avevano udito tanta gioia da quando erano state erette. Naturalmente c'era anche l'acqua. Ogni centimetro del terreno era benedetto da una pozzanghera, un rivoletto o un ruscello; ogni arco aveva la sua tenda liquida che scendeva come una cascata dalla sua chiave di volta, ogni camera era rinfrescata da fonti spumeggianti e fontane che arrivavano a sfiorare il soffitto. E in ogni rivoletto tintinnante c'era la medesima energia che Jude aveva sentito nella corrente che l'aveva portata lassù: acqua come vita, impregnata fino all'ultima goccia della volontà delle Dee. In alto, la Cometa era al suo apice e inviava i suoi raggi bianchi e diritti verso ogni fessura che riusciva a scovare, trasformando la pozzanghera più umile in una pozza oracolare e intrecciando la sua luce nello zampillo di ogni getto.

Le donne che stavano in quei corridoi scintillanti erano di tutte le forme e taglie. Molte, spiegò Lotti, erano state, come loro, prigioniere del Bastione o del suo temuto Annex; altre avevano semplicemente trovato la strada su per la collina seguendo il proprio istinto e le acque, lasciando più in basso i mariti, vivi o morti che fossero.

"Qui non c'è nessun uomo?"

"Solo quelli piccoli," disse Lotti.

"Sono tutti piccoli," osservò Paramarola.

"Nell'Annex c'era un Capitano che era un bruto," disse Lotti, "e quando sono venute le acque probabilmente si stava svuotando la vescica, perché il suo corpo è passato galleggiando accanto alla nostra cella e aveva i pantaloni sbottonati..."

"... e pensa, teneva ancora in mano la sua virilità," aggiunse Paramarola. "Poteva scegliere tra continuare a tenerla in mano e nuotare..."

"... e, anziché lasciarla andare, è annegato," concluse Lotti.

Questa cosa divertiva infinitamente Paramarola, che rise tanto forte da staccare la bocca del poppante dal capezzolo. Il latte spruzzò in faccia al bambino e ciò provocò un'ulteriore ondata di allegria. Jude non chiese come Paramarola potesse essere così piena di nutrimento se non era né la madre del bambino né, probabilmente, incinta. Era solo uno dei tanti enigmi che quel viaggio continuava a proporle; come la pozza che aderiva a una delle pareti, piena di pesci luminosi fin quasi a traboccare; o le acque che imitavano il fuoco, che alcune donne avevano intrecciato in corone; o la lunghissima anguilla di cui un bambino trasportava sulla spalla la testa, mentre il corpo si avvolgeva in dieci o più spire intorno alle spalle di una mezza dozzina di donne. Se avesse chiesto spiegazioni di una sola di quelle cose, sarebbe stata costretta a chiederne anche per le altre, e non sarebbero riuscite a fare più che pochi passi lungo il corridoio.

Arrivarono a un punto in cui le acque avevano scolpito una pozza bassa sul bordo del bacino principale; in essa confluivano alcuni rivoletti che provenivano dalle macerie e la colmavano fino all'orlo; quello che ne strabordava cadeva nel bacino stesso. Dentro e intorno a essa si trovavano circa trenta donne e bambini: alcuni giocavano, altri parlavano, ma la maggior parte, nudi, aspettavano in silenzio vicino alla pozza, lo sguardo rivolto verso le acque turbolente del bacino, fino all'isola di Uma Umagammagi. Mentre Jude e le sue guide si avvicinavano, un'onda si infranse sull'orlo della pozza e due donne che stavano in piedi mano nella mano la seguirono nel suo riflusso, e vennero portate lontano, verso l'isola. L'intera scena era circonfusa da un erotismo che in altre circostanze Jude avrebbe negato di percepire. Ma lì un atteggiamento di quel genere sarebbe stato eccessivo, addirittura assurdo. Jude permise perciò alla propria fantasia di immaginare come sarebbe stato affondare in mezzo a quelle nudità, dove l'unico frammento di mascolinità si trovava tra le gambe di un lattante; sfregare il proprio seno contro un altro, lasciare che le sue dita venissero baciate e il suo collo accarezzato, e baciare e accarezzate a propria volta.

"L'acqua nel bacino è molto profonda," disse Lotti, che le era accanto. "Va fin nelle viscere della montagna."

Jude si chiese che cosa fosse accaduto ai morti la cui compagnia era stata per Dowd tanto educativa. Erano stati trascinati via dalle acque, insieme alle invocazioni e alle suppliche che erano cadute nella stessa oscurità sotto la Torre del Cardine? O si erano tutti dissolti in un unico brodo per divenire parte di quel flusso infaticabile? Jude lo sperava.

"È questo l'unico modo di raggiungere l'isola?" domandò a Lotti.

"Non ci sono traghetti, se è questo che intendi."

"Allora sarà meglio che cominci a nuotare," disse Jude.

I suoi abiti le erano d'impaccio, ma non si sentiva sufficientemente a suo agio per spogliarsi sulle rocce ed entrare in acqua nuda: perciò, dopo aver brevemente ringraziato Lotti e Paramarola, iniziò a scendere vestita lungo i blocchi di pietra che circondavano la pozza.

"Judith, spero che ti sbagli," le urlò dietro Lotti.

"Anch'io," replicò Jude. "Credimi, lo spero anch'io."

Queste parole e la sua goffa discesa attirarono su di lei gli sguardi stupiti di molte altre bagnanti, ma nessuna ebbe nulla da obiettare quando si unì a loro. Più si avvicinava alle acque del bacino, però, più la traversata la preoccupava. Erano passati diversi anni da quando aveva nuotato per una certa distanza, e dubitava di avere la forza per resistere alle correnti e ai vortici, qualora avessero voluto impedirle di raggiungere la sua destinazione. Ma certamente non l'avrebbero affogata. L'avevano portata fin lì, dopotutto, facendole attraversare indenne il palazzo. L'unica differenza tra questo viaggio e quello era la profondità dell'acqua.

Un'altra onda si stava avvicinando al bordo della pozza, e una donna con un bambino si avvicinarono per prenderla. Prima che potessero farlo, Jude saltò dal masso tondeggiante sul quale era appollaiata e sfiorò le teste dei bagnanti sotto si sé, tuffandosi nella corrente. Non fu tanto un tuffo quanto una caduta a piombo che la portò in profondità. Judith si dibatté con forza per ritrovare l'equilibrio, aprendo gli occhi, senza però riuscire a capire dove fosse la superficie verso cui dirigersi. Le acque lo sapevano. La sollevarono dalle loro profondità come un turacciolo, e la scagliarono in alto, nella schiuma. Era già a venti metri o più dalle rocce e si stava allontanando velocemente. Ebbe il tempo di vedere Lotti che la cercava nella spuma dei frangenti, poi i mulinelli la fecero girare, girare, girare, fino a che non seppe più quale fosse la sua direzione. Fissò allora lo sguardo sull'isola e iniziò a nuotare come meglio poteva in quella direzione. Le acque, che si muovevano a spirale intorno all'isola, parevano voler unire le loro energie ai suoi sforzi, e mentre la trasportavano più vicina all'approdo la facevano anche ruotare intorno a esso con un movimento antiorario.

La luce della Cometa cadeva sulle onde attorno a Jude e il suo bagliore nascondeva le loro profondità, cosa di cui la donna le fu grata. Per quanto riuscisse a galleggiare bene, non voleva pensare all'abisso sotto di lei. Si concentrò sul nuoto, senza neppure permettersi di godere del turbinio delle acque contro il suo corpo. Lussi come quello, al pari delle domande che avrebbe voluto fare mentre camminava con Lotti e Paramarola, erano rimandati al futuro.

Ora la riva distava una cinquantina di metri, ma più si avvicinava all'isola, meno efficaci divenivano le sue bracciate. Mentre la spirale si stringeva, la corrente diveniva più vigorosa, e alla fine Jude rinunciò a cercare di spingersi in avanti e si arrese completamente alle acque. Queste la trasportarono intorno all'isola per altre due volte, prima che i suoi piedi grattassero le ripide rocce sotto i flutti, offrendole una visione completa, anche se vertiginosa, del tempio di Uma Umagammagi. Il fatto che le acque si mostrassero più ispirate qui che in qualsiasi altro punto non sorprese affatto Judith. Esse avevano lavorato i blocchi monumentali di cui era costruita la Torre, dissolvendo la malta tra di essi e poi erodendoli da cima a fondo, sostituendo la loro severità con una rigorosa geometria di onde. Le lastre di pietra, alte quanto i muratori che un tempo le avevano intarsiate, non erano più incastrate insieme ma si tenevano in equilibrio come acrobati, un'estremità poggiata sull'altra, mentre l'acqua splendente correva attraverso le cavità e continuava il suo lavoro per trasformare la Torre un tempo inespugnabile in una colonna di acqua, pietra e luce unite insieme. Il pulviscolo di tanta erosione era ricaduto nei rivoletti e si era depositato sulla riva come una sabbia fine e soffice; su questa Jude si ritrovò sdraiata quando emerse dal bacino, trovando un quartetto di bambini che giocavano nelle vicinanze a darle un benvenuto fatto di risate.

Judith si concesse solo un minuto per riprendere fiato, poi si alzò in piedi e risalì la spiaggia verso il tempio. L'entrata era lavorata preziosamente quanto i blocchi, e un velo di acqua luminosa nascondeva l'interno a coloro che aspettavano lì vicino. Sulla soglia c'erano circa una dozzina di donne. Una, una ragazza appena al di là della pubertà, camminava sulle mani; altre parevano cantare, ma la musica era tanto simile al suono dell'acqua corrente che Jude non riuscì a decidere se fosse un canto a fluire o un flusso a cantare. Come nella pozza, nessuno obiettò alla sua apparizione improvvisa, né fece osservazioni sul fatto che fosse appesantita da abiti impregnati d'acqua mentre loro si trovavano in vari stadi di nudità. Su tutte regnava un languore benigno, e se non avesse fatto ricorso a uno sforzo di volontà, anche Jude vi si sarebbe abbandonata. Invece non esitò, e oltrepassò la soglia d'acqua senza rivolgere nemmeno un sussurro alle donne in attesa.

All'interno non trovò una forma solida ad accoglierla. L'aria era però piena di forme di luce, che si piegavano e dispiegavano come se mani invisibili stessero componendo uno splendido origami. Non stavano cercando di comporre una figura in particolare, ma trasformavano di continuo la propria sostanza radiante, e ogni nuova forma iniziava a trasformarsi in un'altra prima di essere completata. Jude si guardò le braccia. Erano ancora visibili, ma non in carne e sangue. Avevano già imparato il trucco della luce, e stavano fiorendo in una molteplicità di forme per potersi unire al gioco. Judith allungò una mano per toccare con le dita germogliami una delle sue compagne e, sfiorandola, vide la donna dalla quale era nato l'origami. Aveva l'aspetto di un corpo avvolto in un lenzuolo bagnato che, spinto dal vento, per un attimo aderisce e mostra la forma del fianco, della guancia, del seno, e poi, rigonfiandosi, torna a nasconderla. Ma Jude aveva visto l'altra donna sorridere, ne era certa.

Rassicurata di non essere sola, né indesiderata, iniziò ad avanzare nel tempio. La promessa erotica che le era balenata poco prima nella pozza, ora si esaudiva. Sentì le forme del proprio corpo espandersi come latte sparso nell'aria fluida, e sfiorare i corpi tra i quali stava passando. Astrazioni, molte solo abbozzate, mescolate a sensazioni. Forse lì si sarebbe disciolta, e sarebbe fluttuata attraverso le pareti per unirsi alle acque intorno alle isole; o forse si trovava già in quel mare, e la carne e il sangue che pensava di possedere erano soltanto una fantasia di quelle acque, evocate per confortare la terra solitària. Forse, forse, forse. Quelle supposizioni non erano disgiunte dallo sfiorarsi di una forma contro l'altra: erano parte del piacere, frutto dei suoi nervi, e la rendevano più tenera al tocco delle compagne.

Si rese conto che le altre donne stavano svanendo man mano che avanzava. Procedendo, si stava portando alla sommità del tempio. Poi attraversò la soglia sollevandosi senza sforzo, il suo corpo posseduto dallo stesso genio che faceva sfidare le leggi di gravita alle acque. Davanti e sopra di lei c'era un altro movimento, più sinuoso di quello delle forme che aveva incontrato sulla porta, e Judith si alzò verso di esso come in risposta a una invocazione, pregando che quando fosse giunto il momento non le venissero a mancare labbra e parole per dare forma ai pensieri che aveva in mente. Il movimento stava diventando più preciso, e se in precedenza si era chiesta se ciò che vedeva era realtà o frutto d'immaginazione, ora il dilemma si dissolse.

Vedeva con l'immaginazione e al tempo stesso immaginava di vedere il glifo che pendeva nell'aria di fronte a lei: un nastro di Moebius fatto d'acqua e animato di luce, un ritmo continuo che attraversava la sua spirale ininterrotta suscitando onde di colore brillante che si rompevano attorno a lei in piogge luminose. Lì si nascondeva chi aveva creato le sorgenti; lì si nascondeva chi aveva convocato i fiumi; lì si nascondeva la presenza sublime la cui forza aveva ridotto in pezzi il palazzo e eretto una casa per oceani e bambini dove prima c'era stato solo terrore. Lì c'era Uma Umagammagi.

Pur studiando il bagliore della Dea, Jude non riuscì a scorgervi traccia di respiro, sudore o corruzione. Dalla figura emanava invece una tale tenerezza che, per quanto la Dea fosse priva di volto, a Jude sembrò di riuscire a sentire il Suo sorriso, il Suo bacio, il Suo sguardo colmo d'amore. Di vero amore. Anche se quella forza non la conosceva affatto, Jude si sentì abbracciata e confortata come solo l'amore può abbracciare e confortare. Non c'era mai stato un momento in vita sua, fino a quel momento, in cui una parte di lei non avesse avuto paura. Bastava il fatto d'esser viva a farle accogliere ogni gioia con la consapevolezza della prossimità della sua scomparsa. Ma in quel luogo, simili terrori parevano assurdi. Quel viso la amava incondizionatamente, e lo avrebbe fatto per sempre.

"Dolce Judith," sentì dire dalla Dea, con voce tanto profonda e sonora che quelle poche sillabe parevano già un canto. "Dolce Judith, cosa c'è di tanto urgente da farti rischiare la vita per venire qui?"

Mentre Uma Umagammagi parlava, Jude vide il proprio viso apparire nelle volute, illuminarsi, poi venire cardato in un filo di luce che percorse il glifo della Dea. Mi sta leggendo, pensò Jude. Sta cercando di capire perché sono qui, e quando lo avrà capito si farà carico di me. Potrò rimanere in questo palazzo stupendo con Lei, per sempre.

"Allora," disse dopo un po' la Dea. "Questa è una faccenda seria. Tocca a te scegliere se fermare questa Riconciliazione o lasciarla continuare, e rischiare molto dolore da parte di Hapexamendios."

"Sì," rispose Jude, grata di essere stata sollevata dal bisogno di spiegarsi. "Non so che cosa stia progettando l'Imperscrutato. Forse niente..."

"... e forse la fine dell'Imagica."

"Potrebbe farlo?"

"Forse," disse Uma Umagammagi. "Ha fatto del male ai Nostri templi e alla Nostre sorelle, molte, molte volte, sia di persona che tramite i Suoi agenti. È uno spirito in errore, ed è micidiale."

"Ma distruggerebbe un intero Dominio?"

"Posso prevederlo quanto te," disse Umagammagi. "Ma anch'io sentirò dolore se si perderà la possibilità di completare il circolo."

"Il circolo?" disse Jude. "Che circolo?"

"Il circolo dell'Imagica," replicò la Dea. "Devi capire, sorella, che i Domini non si sarebbero mai dovuti dividere in questo modo. È stata opera dei primi spiriti umani, quando iniziarono la loro vita terrestre. All'inizio, ciò non provocò alcun male. Faceva parte del loro modo di imparare a vivere in una condizione che li intimidiva. Quando alzavano gli occhi vedevano le stelle. Quando guardavano in basso, vedevano la terra. Non potevano lasciare impronte su quanto c'era sopra, ma ciò che stava sotto di loro poteva esser diviso, posseduto, conteso. Da quella divisione hanno avuto origine tutte le altre. Si dispersero in tenitori e nazioni, tutti con nomi scelti da loro. Si seppellirono persino nella terra per possederla più intimamente, preferendo la compagnia dei vermi a quella della luce. Divennero ciechi all'Imagica, e il circolo si ruppe; e Hapexamendios, creato dal volere di quegli uomini, divenne tanto forte da abbandonare i Suoi creatori, e passare così dal Quinto Dominio al Primo..."

"... uccidendo le Dee, durante il suo passaggio."

"Sì, ha fatto del male, ma ne avrebbe potuto fare molto di più se avesse conosciuto la struttura dell'Imagica. Avrebbe potuto scoprire quale mistero la circondava, e andarci."

"Di che mistero si tratta?"

"Dolce Judith, ti stai addentrando in un luogo pericoloso, e meno ne sai, più sei al sicuro. Quando verrà il momento scopriremo questo mistero insieme, come sorelle. Fino ad allora trai conforto dal sapere che l'errore del Figlio è anche l'errore del Padre, e che con il tempo tutti gli errori saranno corretti."

"Ma se questo accadrà," disse Jude, "perché dovrei tornare nel Quinto?"

Prima che Uma Umagammagi potesse riprendere a parlare, un'altra voce si intromise. Quando quest'altra donna parlò, tra Jude e la Dea si levarono particelle di polvere che punsero la pelle della viaggiatrice, ricordandole una condizione in cui coesistevano ghiaccio e fuoco.

"Perché ti fidi di questa donna?" chiese la nuova arrivata.

"Perché è venuta a noi col cuore in mano, Jokalaylau," replicò la Dea.

"Come può avere il cuore in mano una donna che entra senza piangere nel luogo in cui è morta sua sorella?" disse Jokalaylau. "Come può avere il cuore in mano una donna che viene in Nostra presenza senza vergogna, quando porta in grembo il figlio dell'Autarca Sartori?"

"Qui non c'è posto per la vergogna," disse Umagammagi.

"Tu puoi non avere posto," replicò Jokalaylau, diventando ora visibile, "io ne ho molto."

Come la sorella, anche Jokalaylau era lì nella sua forma essenziale: una forma più complessa di quella di Uma Umagammagi, e meno gradevole a vedersi, perché i movimenti che la percorrevano erano più convulsi, e la sua forma più ribollente che increspata spargeva ovunque dardi pungenti.

"La vergogna si confa decisamente alla donna che ha giaciuto con uno dei nostri nemici," disse.

Nonostante si sentisse intimorita dalla Dea, Jude parlò in propria difesa. "Non è così semplice," rispose mentre il suo coraggio veniva incrementato dal risentimento per quell'intrusa che aveva rovinato il suo colloquio con Uma Umagammagi. "Non sapevo che fosse l'Autarca."

"Chi immaginavi che fosse? Oppure non te ne importava?"

Il dialogo sarebbe potuto degenerare, ma Uma Umagammagi parlò nuovamente, il suo tono come sempre sereno.

"Dolce Judith," disse, "lasciami parlare con mia sorella. Lei ha sofferto per mano dell'Imperscrutato più di Tishalullé o di me, e non perdonerà facilmente chi è stato toccato da Lui o dai Suoi figli. Ti prego di comprendere il Suo dolore, come mi auguro di farLe comprendere il tuo."

Parlò con una tale dolcezza per cui Jude provò la vergogna che Jokalaylau l'aveva accusata di non provare: non per il bambino, ma per la propria rabbia.

"Mi dispiace," disse, "ho parlato a sproposito."

"Se aspetterai sulla spiaggia," disse Uma Umagammagi, "parleremo ancora insieme tra poco."

Dal momento in cui la Dea aveva parlato del ritorno di Jude al Quinto, lei aveva saputo che quella separazione sarebbe arrivata. Ma non era preparata a lasciare l'abbraccio della Dea tanto presto, e sentire la gravita che la reclamava di nuovo fu un supplizio. Non c'era niente da fare. Se Uma Umagammagi sapeva quanto soffriva (e come poteva non saperlo?) non fece però nulla per alleviare il suo dolore, ma ripiegò il proprio glifo nella matrice, lasciando che Jude cadesse come un petalo da un albero in fiore, con delicatezza, ma con un senso di separazione peggiore di qualsiasi amputazione. Le forme delle donne che aveva attraversato si stavano ancora piegando e dispiegando sotto di lei, squisite come sempre, e la musica dell'acqua sulla soglia era altrettanto consolante, ma nulla poteva consolare la perdita. La melodia che echeggiava così gioiosa quando Judith era entrata era adesso elegiaca: un inno per la stagione del raccolto, pieno di riconoscenza per i doni ricevuti, ma incrinato dal timore di una stagione più fredda in arrivo.

Quella stagione era in attesa dall'altra parte della tenda d'acqua. Anche se i bambini continuavano a ridere sulla spiaggia, e il bacino era ancora uno spettacolo glorioso di luce e movimento, Jude si era allontanata dalla presenza di uno spirito colmo d'amore, e non poteva fare a meno di piangere. Le sue lacrime stupirono le donne sulla soglia, e alcune si alzarono per confortarla, ma Judith scosse la testa al loro avvicinarsi, sicché esse si discostarono tranquillamente lasciandola andare da sola per la sua strada, verso l'acqua. Lì Judith si mise a sedere, non osando guardare indietro verso il tempio in cui si stava decidendo la sua sorte, ma guardando in basso, nel bacino.

Si chiese cosa sarebbe accaduto. Se fosse stata richiamata alla presenza delle Dee per sentirsi dire che non era adatta a prendere alcuna decisione riguardante la Riconciliazione, sarebbe stata soddisfatta del loro giudizio. Avrebbe lasciato il problema in mani più sicure delle proprie, e sarebbe tornata nei corridoi intorno al bacino, da dove dopo un po' di tempo avrebbe potuto rientrare nel tempio come una novizia, pronta a imparare a piegare la luce. Se, però, fosse stata semplicemente allontanata, come voleva chiaramente Jokalaylau, se fosse stata ricacciata da quel luogo miracoloso nel deserto all'esterno, che cosa avrebbe fatto? Senza qualcuno che la guidasse, quali conoscenze aveva per decidere che fare? Nessuna. Di lì a poco le sue lacrime si asciugarono, ma ciò che arrivò a sostituirle si rivelò peggiore: un senso di desolazione che poteva essere soltanto l'Inferno, o una sua provincia confinante, fatta per punire donne che avevano amato smodatamente e perduto la perfezione.

 

56

 

Nella sua ultima lettera al figlio, scritta la notte prima di imbarcarsi su una nave diretta in Francia con la missione di diffondere il vangelo della Tabula Rasa attraverso l'Europa, Roxborough, il flagello dei Maestri, aveva messo per iscritto la sostanza di un incubo dal quale si era appena risvegliato.

 

Ho sognato di viaggiare nella mia carrozza attraverso le strade dannate di Clerkenwell. Non è necessario specificare la destinazione. La conosci, e sai anche quali infamie sono state lì perpetrate. Come avviene nei sogni, ero stato privato di ogni energia: nonostante chiamassi ripetutamente il vetturino, pregandolo, per il bene della mia anima, di non riportarmi in quella casa, le mie parole non riuscivano a persuaderlo. Ma quando la carrozza svoltò l'angolo e la casa del Maestro Sartori divenne visibile, Bellamare si impuntò spaventata e si rifiutò di proseguire. E sempre stata la mia cavalla baia prediletta, e provai una tale gratitudine nei suoi confronti per aver rifiutato di portarmi sino a quella soglia sacrilega, che scesi dalla carrozza per sussurrarle i miei ringraziamenti nell'orecchio.

E perdio! non appena toccai con un piede per terra, i sassi della ghiaia parlarono come esseri viventi, con voci stridule e alte in un lamento ripugnante, e al suono della loro angoscia anche i mattoni delle case nella strada, e i tetti e le inferriate e i comignoli si misero tutti a gridare allo stesso modo, le voci unite in una triste preghiera al Cielo. Non avevo mai udito un frastuono simile, ma non potevo evitare alle mie orecchie di ascoltarlo, poiché il dolore che esprimevano era in parte opera mia. E così ho udito pregare:

Signore, noi non siamo che cose non battezzate, e non nutriamo speranza alcuna di accedere al tuo Regno, ma ti imploriamo di rovesciare la tua furia su di noi e di ridurci in polvere con il tuo fulmine di giustizia, in modo da purificarci distruggendoci, senza renderci compiici delle azioni compiute sotto i nostri occhi.

Figlio mio, io mi sono stupito di quel clamore, e ho pianto insieme a loro, e mi sono vergognato udendo quegli oggetti che così si appellavano all'Onnipotente, giacché sapevo di essere migliaia di volte più responsabile di loro. Oh, quanto ho desiderato che i miei piedi potessero portarmi via di lì fino a un luogo meno odioso. Giuro che in quel momento persino il cuore ardente di una fornace mi sarebbe parso desiderabile, e vi avrei poggiato il capo cantando un osanna, piuttosto che rimanere in quel luogo dove tali mostruosità erano state perpetrate. Ma non potevo tornare indietro. Al contrario, i miei arti, ribellandosi, mi portarono proprio sulla soglia della casa, inondata di sangue schiumoso, come se quella notte i martiri avessero posto un marchio su quel luogo affinché l'Angelo della Morte potesse trovarlo, e la terra potesse aprirsi sotto di esso, facendolo sprofondare nell'Abisso. Dall'interno di quella casa maledetta, giungeva intanto un chiacchiericcio pigro, quello degli uomini che avevo conosciuto e che discutevano le loro filosofie pagane.

Mi sono genuflesso nel sangue, gridando a quelli dentro la casa di uscire e di unirsi a me in una preghiera di misericordia all'Onnipotente, ma essi mi deridevano con le loro folli risate, chiamandomi codardo e pazzo, e ingiungendomi di andarmene per la mia strada. Ed è quello che ho fatto, in tutta fretta, fuggendo da quella strada, mentre le pietre mi imploravano di continuare la mia crociata senza tema della punizione divina, giacché avevo voltato le spalle al peccato di quella casa.

Questo è stato il mio sogno. Te l'ho trascritto immediatamente, e al più presto possibile ti farò recapitare questa mia, perché tu possa essere edotto sul male che alligna in quel luogo, e non sia mai tentato di entrare a Clerkenwell né di allontanarti a sud di Islington mentre ti sono lontano. Perché il mio sogno mi dice che la strada verrà punita quando sarà il momento, per i crimini ai quali ha testimoniato, e io desidero che nemmeno un capello della tua dolce testa venga danneggiato per le azioni che io ho commesso nel mio delirio contro gli editti di Nostro Signore. Anche se l'Onnipotente ha offerto il Suo unico Figlio perché soffrisse e morisse per i nostri peccati, so che non mi chiederebbe lo stesso sacrificio, sapendo che sono il suo più umile servitore, che prega solo di essere fatto suo strumento fino al momento di lasciare questa valle per rimettersi al Suo giudizio.

Che il Signore Dio abbia cura di te fino a quando ti riabbraccerò di nuovo.

La nave sulla quale Roxborough si imbarcò poche ore dopo aver finito questa lettera, affondò a un miglio dalla baia di Dover, in una burrasca che non colpì nessun altro vascello nelle vicinanze ma che investì la nave dell'epuratore e la fece affondare in meno di un minuto. Non vi furono superstiti.

Il giorno dopo l'arrivo della lettera, il destinatario, ancora in lacrime per la notizia, andò a cercare sollievo presso le stalle del cavallo baio di suo padre, Bellamare. Il cavallo era stato assai nervoso fin dalla partenza del suo padrone, e nonostante conoscesse bene il figlio di Roxborough, quando questi gli si avvicinò lo scalciò colpendolo nell'addome. Il colpo non fu immediatamente fatale, ma con lo stomaco e la milza spaccati, il giovane morì sei giorni dopo. In questo modo precedette suo padre, il cui corpo non venne ripescato che una settimana dopo, nella tomba di famiglia.

 

Pie'oh'pah aveva narrato questa triste storia a Gentle mentre viaggiavano da L'Himby alla Culla di Chzercemit in cerca di Scopique, Era una fra le tante storie che il mystif aveva raccontato durante quel viaggio, proponendole non come ricostruzioni storielle ma come intrattenimenti, allegri, assurdi o malinconici, che solitamente cominciavano con: "Una volta ho sentito parlare di questo tipo..."

A volte i racconti erano brevissimi, ma Pie si era dilungato su questo, ripetendo parola per parola il testo della lettera di Roxborough, anche se era difficile immaginare come ne fosse venuto a conoscenza. Ora Gentle comprendeva però la ragione per la quale Pie aveva affidato la profezia alla sua memoria, e perché avesse fatto di tutto per ripetergliela. Aveva creduto che il sogno di Roxborough avesse qualche significato, e come aveva istruito Gentle su altre cose che avevano a che fare con il suo io nascosto, così gli aveva raccontato questa storia per avvisare il Maestro dei pericoli che il futuro poteva nascondere.

E ora il futuro era arrivato. Mentre le ore trascorse dal ritorno di Monday aumentavano, e Jude continuava a non tornare, Gentle si era ridotto ad analizzare quel che ricordava della lettera di Roxborough, cercando nelle parole del purificatore qualche indizio circa il tipo di minaccia che avrebbe potuto varcare quella soglia. Si domandò anche se l'uomo che aveva scritto la lettera fosse uno degli spettri che diventavano visibili a metà mattinata nella foschia della calura. Roxborough era tornato per assistere alla morte della strada che aveva definito maledetta? Se l'aveva fatto, se era in ascolto dietro la porta come lo era stato nel sogno molto probabilmente era frustrato quanto loro, e desiderava che essi continuassero le opere che sperava avrebbero attirato le calamità.

Ma per quanti fossero i dubbi che Gentle poteva nutrire riguardo a Jude, non poteva certo credere che lei avrebbe cospirato contro la Grande Opera. Se diceva che non era sicura, doveva avere le sue buone ragioni, e nonostante ogni nervo nel corpo di Gentle si ribellasse all'inattività, egli si rifiutò di scendere e portare le pietre nella Stanza della Meditazione per paura che la loro stessa presenza lo tentasse a iniziare. Così attese, e attese a lungo, mentre all'esterno il calore saliva e l'aria nella Stanza della Meditazione si inaspriva insieme alla sua frustrazione. Come aveva detto Scopique, un lavoro così richiedeva mesi di preparazione, non poche ore, e adesso anche quelle ore venivano sprecate. Quanto poteva permettersi di ritardare la cerimonia prima di rinunciare a Jude, e cominciare? Fino alle sei? Fino al crepuscolo? Non lo sapeva.

C'erano segni di disagio, fuori e dentro la casa. Non trascorreva un minuto senza che una nuova sirena si aggiungesse al coro di grida e lamenti provenienti da tutte le direzioni. Le campane mattutine si sentirono rintoccare più volte dai campanili della zona, ma il loro scampanio non chiamava a raccolta i fedeli per qualche celebrazione, bensì li metteva in allarme. Di tanto in tanto si udivano anche delle urla: strilli e grida da strade lontane che l'aria ora tanto calda da far sudare i morti trasportava alle finestre aperte.

E poi, poco dopo l'una del pomeriggio, Clem salì le scale, con gli occhi spalancati. Fu Taylor a parlare, e nella sua voce era riconoscibile l'eccitazione.

"Gentle, qualcuno è entrato in casa."

"Chi?"

"Uno spirito di qualche tipo, dai Domini. È al piano di sotto."

"È Jude?"

"No. Questa è una vera potenza. Puoi sentirne l'odore? So che hai rinunciato alle donne, ma il tuo naso funziona ancora, non è vero?"

Guidò Gentle sul pianerottolo. Il piano inferiore della casa era tranquillo. Gentle non avvertì nulla.

"Dov'è?"

Clem parve disorientato. "Era qui un attimo fa, lo giuro."

Gentle si avvicinò alle scale, ma Clem lo trattenne.

"Prima gli angeli," disse, ma Gentle stava già cominciando a scendere, lieto che il torpore delle ultime ore fosse terminato, e ansioso di incontrare questo visitatore. Forse aveva un messaggio da parte di Jude.

La porta anteriore era aperta. Sui gradini c'era una pozza di birra che brillava, ma nessuna traccia di Monday.

"Dov'è il ragazzo?" domandò Gentle.

"È fuori, a guardare il cielo. Dice di aver visto un disco volante."

Gentle lanciò al suo compagno uno sguardo interrogativo. Clem non replicò, ma posò la mano sulla spalla di Gentle, mentre i suoi occhi restavano fissi sulla porta della sala da pranzo. Dall'interno proveniva un rumore di singhiozzi a malapena udibile.

"Madre," disse Gentle, e, mettendo da parte qualsiasi cautela, corse giù dalle scale con Clem alle spalle.

Quando ebbe raggiunto la stanza di Celestine, il suono dei singhiozzi era già cessato. Gentle respirò a fondo preparandosi a un'eventuale difesa, afferrò la maniglia e appoggiò la spalla alla porta. Non era chiusa, e infatti si aprì con facilità, introducendolo all'interno. La stanza era poco illuminata, e le tende abbassate e ammuffite erano abbastanza pesanti da ridurre il sole a pochi raggi polverosi che andavano a cadere sul materasso vuoto. Il suo occupante, che Gentle non si aspettava certo di vedere nuovamente in piedi, era all'altra estremità della stanza, e le sue lacrime erano diventate gemiti. Aveva portato con sé le lenzuola del letto, e vedendo il figlio entrare, le alzò al seno. Poi rivolse la sua attenzione verso il muro accanto al quale si trovava, studiandolo. Gentle immaginò che da qualche parte dietro i mattoni fosse esplosa una tubatura. Poteva sentire l'acqua scorrere liberamente.

"Va tutto bene, Madre," la consolò. "Nessuno ti farà del male."

Celestine non rispose. Sollevò la mano sinistra davanti al suo viso e si fissò il palmo della mano, come se guardasse uno specchio.

"È ancora qui," disse Clem.

"Dove?" gli domandò Gentle.

Clem annuì in direzione di Celestine, e Gentle si allontanò immediatamente da lui, aprendo le braccia per offrire all'aria infestata un nuovo obiettivo.

"Vieni," disse. "Dovunque tu sia. Vieni."Aveva percorso la metà della distanza tra la porta e sua madre quando sentì una fredda pioggerella, tanto sottile da essere invisibile, che gli colpiva il viso. Il suo tocco non era sgradevole, anzi era rinfrescante, e Gentle mostrò di gradirla con un sospiro.

"Qui dentro sta piovendo," disse.

"È la Dea," rispose Celestine.

Sollevò lo sguardo dalla mano, e Gentle vide che vi scorreva dell'acqua, come se le fosse apparsa una fonte nel palmo.

"Quale Dea?" le domandò Gentle.

"Uma Umagammagi," replicò sua madre.

"Madre, perché stavi piangendo?"

"Pensavo di essere sul punto di morire. Pensavo che lei fosse venuta a prendermi."

"Ma non l'ha fatto."

"No."

"Allora che cosa vuole?"

Celestine allungò il braccio verso Gentle.

"Vuole che facciamo la pace," disse. "Figlio, unisciti a me nelle acque."

Gentle afferrò la mano di sua madre, e lei lo tirò verso di sé, voltando il proprio viso verso la pioggia. Le ultime tracce delle sue lacrime vennero lavate via, e dove c'era stato dolore apparve uno sguardo estatico. Anche Gentle lo sentì. I suoi occhi volevano chiudersi; il suo corpo voleva perdere i sensi. Ma resistette alle lusinghe della pioggia, per quanto ne fosse tentato. Se la pioggia gli portava qualche messaggio aveva bisogno di saperlo presto, e porre fine a questi ritardi prima che gli costassero la Riconciliazione.

"Dimmi," riprese, mentre si avvicinava a sua madre, "se sei qui per restare, dimmi..."

Ma la pioggia non gli diede alcuna risposta, almeno nessuna che lui potesse comprendere. Forse sua madre udì meglio di lui, perché sul suo viso scintillante apparve un sorriso, e la sua presa sulla mano di Gentle divenne più salda. Celestine lasciò cadere il lenzuolo che aveva tenuto sul petto, in modo che la pioggia potesse accarezzarle il seno e il ventre, e lo sguardo di Gentle sostò sulla sua nudità. Le ferite che aveva subito durante le lotte con Dowd e Sartori le segnavano ancora il corpo, ma servivano soltanto a sottolinearne la perfezione, e anche se sapeva quale crimine stesse commettendo, Gentle non poté fermare i propri sentimenti.

Lei si mise la mano libera sul viso e con il pollice e le altre dita si liberò le orbite dalla poca acqua che vi si era raccolta, poi riaprì gli occhi. Essi incontrarono Gentle troppo velocemente perché lui potesse nascondersi, e i loro sguardi che si incontravano sconvolsero l'uomo, non solo perché lei lesse il suo desiderio, ma perché anche lui vide lo stesso desiderio sul viso di Celestine.

Si liberò la mano con uno strattone e indietreggiò, mentre con la lingua cercava di smentire le sue sensazioni. Celestine era molto meno imbarazzata di lui. I suoi occhi lo guardavano fissi, e lei lo invitò a ritornare nella pioggia con parole di invito tanto tenui che erano poco più che sospiri. Ma Gentle continuava a indietreggiare, sicché Celestine passò a inviti più precisi: "La Dea vuole conoscerti," disse. "Ha bisogno di comprendere il tuo fine."

"L'opera... di mio Padre," replicò Gentle, e le parole erano tanto una spiegazione quanto un desiderio di difendersi da quella seduzione allegando tutto il peso della sua missione.

Ma la Dea, se questa era davvero l'identità di quella pioggia, non si lasciò convincere tanto facilmente. Gentle vide uno sguardo di angoscia attraversare il viso di sua madre, quando i vapori si allontanarono da lei per fluttuare verso di lui. Mentre gli si avvicinavano, attraversarono un raggio di sole trasformandolo in un arcobaleno.

"Non avere paura di lei," Gentle sentì dire da Clem alle sue spalle: "Non hai niente da nascondere."

Forse era vero, ma Gentle continuò comunque a recedere, tanto da sua madre che dal vapore, finché sentì il conforto dei suoi angeli dietro a lui.

"Proteggetemi," li esortò con voce tremante.

Clem avvolse le sue braccia intorno alle spalle di Gentle.

"Maestro, è una donna," mormorò. "Da quando hai paura delle donne?"

"Da sempre," rispose Gentle. "Per Dio, tienimi forte."

Poi la pioggia si infranse sui loro visi, e Clem emise un sospiro di piacere quando il suo languore li avvolse. Gentle afferrò con forza le braccia del suo protettore, affondando le dita in profondità, ma anche se la pioggia aveva il vigore necessario ad allontanarlo dall'abbraccio di Clem, non tentò comunque di farlo. Rimase intorno alle loro teste per non più di trenta secondi, poi si allontanò, passando semplicemente attraverso la porta aperta. Non appena fu scomparsa, Gentle si voltò verso Clem.

"Niente da nascondere, eh?" disse. "Non penso che ti abbia creduto."

"Sei ferito?"

"No, è solo entrata nella mia testa. Perché ogni dannata cosa vuole entrare nella mia testa?"

"Dev'essere per il panorama," osservò Tay, sogghignando attraverso le labbra del suo amante.

"Figlio, voleva sapere soltanto se le tue intenzioni sono pure," disse Celestine.

"Pure?" disse Gentle, guardando con rabbia sua madre. "Che diritto ha di giudicarmi?"

"Ciò che tu consideri un affare di tuo padre è in realtà l'affare di ogni anima dell'Imagica."

Celestine non aveva ancora raccolto il lenzuolo da terra, e quando gli si avvicinò, lui distolse lo sguardo.

"Mamma, copriti," la esortò. "Per amor di Dio, copriti."

Poi si voltò e si diresse verso l'ingresso, continuando a chiamare l'intruso. "Dovunque tu sia," gridò, "voglio che tu esca da questa casa! Clem, guarda al piano di sotto, io andrò di sopra."

Si precipitò su per le scale, e al pensiero di questo spirito che invadeva la Stanza della Meditazione, la sua furia aumentò. La porta era aperta. Quando entrò trovò Riposino acquattato nell'angolo.

"Dov'è?" domandò Gentle. "È qui?"

"Chi?"

Gentle non risppse, ma andò da una parete all'altra, come un prigioniero, colpendo i muri con le mani. Dai mattoni, però, non si levò alcun rumore di acqua corrente, e nell'aria non vi era più alcun rumore, per quanto sottile, di pioggia. Soddisfatto perché nella stanza non c'era traccia della visitatrice, ritornò verso la porta.

"Se qua dentro comincia a piovere," ordinò a Riposino, "grida allarme rosso!"

"Tutti i colori che desideri, Liberatore."

Gentle sbatté la porta e percorse il pianerottolo, cercando in tutte le stanze allo stesso modo. Trovatele vuote, salì l'ultima rampa e controllò le stanze al piano superiore. Lì, l'aria era molto secca. Ma quando si diresse nuovamente verso le scale udì una risata provenire dalla strada. Era Monday, anche se il suono che stava emettendo era il più leggero che Gentle avesse mai udito provenire dalle sue labbra. Insospettito da questa musica, aumentò la velocità della discesa; in fondo alle scale incontrò Clem che gli disse che le stanze al piano inferiore erano vuote, ma lui non si fermò e corse verso la porta principale.

Dall'ultima volta che Gentle aveva attraversato la soglia, Monday aveva continuato a dilettarsi con i suoi pezzetti di gesso. Il marciapiede alla base degli scalini era oramai ricoperto di disegni: questa volta non si trattava di copie di belle ragazze ma di astrazioni elaborate che si riversavano verso l'orlo del marciapiede e sul catrame reso morbido dal sole. L'artista aveva però momentaneamente abbandonato il proprio lavoro, e si trovava ora in mezzo alla strada. Gentle riconobbe immediatamente il linguaggio del suo corpo. La testa gettata all'indietro, gli occhi chiusi, Monday stava facendo il bagno nell'aria.

"Monday!"

Il ragazzo non lo udì. Continuò a crogiolarsi in quella benedizione, mentre l'acqua correva sui capelli corti come dita increspate, e avrebbe continuato a bagnarsi dentro di essa fino ad affogare se l'arrivo di Gentle non avesse allontanato la Dea. La pioggia scomparve dall'aria in un istante, e gli occhi di Monday si aprirono. Subito li socchiuse guardando il cielo, e smise di ridere.

"Dov'è andata la pioggia?" chiese.

"Non c'era nessuna pioggia."

"E questa come la chiami, Capo?" disse Monday, allungando le braccia dalle quali colavano ancora le ultime gocce.

"Credimi, non si trattava di pioggia."

"Qualunque cosa fosse, a me piaceva," replicò Monday. Sollevò la sua maglietta inzuppata sopra la testa e la usò come uno straccio per asciugarsi il viso. "Capo, tu stai bene?"

Gentle stava scrutando la strada in cerca di una traccia della Dea.

"Starò bene tra poco," disse. "Tu torna al lavoro, d'accordo? Non hai ancora dipinto la porta."

"Che cosa vuoi che ci disegni?"

"Sei tu l'artista," replicò Gentle, ma ormai era distratto dalla condizione della strada.

Fino a quel momento non si era reso conto di quanto la strada si fosse riempita di presenze: gli spettri non si limitavano a occupare il selciato, ma rimanevano sospesi tra il fogliame avvizzito, simili a impiccati, o vegliavano dai cornicioni. Sono benevoli, pensò Gentle. Avevano motivi sufficienti per sperare nella riuscita della sua impresa. Sei mesi prima, nella notte in cui lui e Pie erano partiti per il loro viaggio nei Domini, il mystif aveva impartito a Gentle una tetra lezione sul dolore sofferto dagli spiriti di questo e di ogni altro Dominio.

"Nessuno spirito è felice," aveva detto Pie. "Popolano le porte, in attesa di andarsene, ma non hanno un posto dove andare."

"Siate pazienti," mormorò Gentle, sapendo che gli spettri potevano sentirlo. "Non manca molto, lo giuro. Non manca molto."

Il sole stava asciugando la pioggia della Dea dal suo viso e, felice di rimanere fuori al caldo fino ad asciugarsi completamente, Gentle andò a passeggiare a qualche distanza dalla casa, mentre Monday riprendeva a fischiettare sulla soglia. Che posto era diventato questo, pensò Gentle. Angeli nella casa alle sue spalle, piogge lascive nella strada, fantasmi sugli alberi. E lui, il Maestro, che passeggiava tra di loro, pronto a compiere l'impresa che avrebbe cambiato per sempre i loro mondi. Non ci sarebbe stata mai più una giornata come questa.

Il suo ottimismo subì però un colpo quando si avvicinò alla fine della strada: fu subito chiaro che a parte il suono dei suoi passi e quello acuto del fischiettio di Monday, il mondo era assolutamente tranquillo. Gli allarmi che in precedenza avevano causato tanto frastuono erano ora silenziosi. Non suonava nessuna campana, non si sentiva alcuna voce. Era come se ogni forma di vita oltre quell'incrocio avesse fatto voto di silenzio. Gentle affrettò il passo. O il suo nervosismo era contagioso, oppure gli spettri in attesa alla fine della strada erano più inquieti di quelli vicino casa. Giravano in tondo e il loro numero, e forse il loro disagio, erano sufficienti a smuovere la polvere cotta sulla strada. Non fecero alcun tentativo per ostacolare il suo cammino, ma si aprirono come un freddo sipario, permettendogli di oltrepassare il confine invisibile di Gamut Street. Gentle guardò in entrambe le direzioni. I cani che in precedenza si erano riuniti da quelle parti erano scomparsi; gli uccelli avevano abbandonato ogni ramo e ogni cavo telefonico. Gentle trattenne il fiato e rimase in ascolto, alla ricerca di qualche traccia di vita: un motore, una sirena, un grido. Ma non c'era nulla. La sua inquietudine era molto cresciuta ed egli lanciò un'occhiata verso Gamut Street. Per quanto gli ripugnasse l'idea di abbandonarla, immaginò che sarebbe stata sicura fino a quando gli spettri fossero rimasti al loro posto. Nonostante fossero troppo incorporei per proteggere la strada da un attacco, era improbabile che chiunque osasse entrare mentre loro giravano in tondo e si agitavano all'angolo. Accontentandosi di questo piccolo conforto, Gentle si diresse verso Gray's Inn Road, e si mise a correre via via che si allontanava. Il caldo era ora meno gradevole. Gli rendeva le gambe pesanti e gli bruciava i polmoni. Ma Gentle non rallentò il passo fin quando ebbe raggiunto l'incrocio. Gray's Inn Road e High Holborn erano due delle strade principali della città. Anche nella notte più fredda di dicembre a quell'angolo Gentle avrebbe visto del traffico in entrambe le direzioni. Ma ora non c'era nulla, né si sentivano rumori provenire da altre strade, piazze, viali o piazzali delle vicinanze. La sfera di influenza che aveva protetto Gamut Street per due secoli sembrava essersi ampliata, e se i cittadini di Londra abitavano ancora lì, si tenevano alla larga da quel terreno tormentato.

Eppure, nonostante il silenzio, l'aria non era libera. C'era qualcos'altro che gravava su di essa, e che impedì a Gentle di riprendere il cammino verso Gamut Street: un odore tanto leggero da essere quasi coperto dal forte odore dell'asfalto cocente, ma talmente inconfondibile che egli non poté assolutamente ignorarne le tracce che venivano nella sua direzione. Esitò sull'angolo, in attesa di un altro colpo di vento che presto arrivò, confermando i suoi sospetti. C'era una sola fonte possibile di quel profumo malsano, e un solo uomo nella città, no, in tutto il Dominio che aveva accesso a quella fonte. L'In Ovo era stato riaperto, e stavolta le bestie che ne erano state evocate non erano gli esseri insignificanti che Gentle aveva incontrato alla Torre. Queste erano di dimensioni completamente diverse. Aveva visto e sentito l'odore di animali simili una sola volta, duecento anni prima, e avevano arrecato danni incalcolabili. Dato che la brezza era tanto leggera, il loro odore non poteva provenire da Highgate Hill. Sartori e la sua legione dovevano essere assai più vicini. Forse a dieci isolati di distanza; forse a due; forse stavano per svoltare l'angolo di Gray's Inn Road e tra poco sarebbero diventati visibili.

Non c'era più tempo per tergiversare. Qualunque fosse il pericolo che Jude aveva scoperto, o pensava di aver scoperto, era immaginario. Ma questo odore, e le entità che lo producevano, non lo erano. Abbandonò il suo punto di osservazione e tornò verso la casa come se le orde fossero già sulle sue tracce. Quando girò l'angolo e corse lungo la strada, gli spettri si sparpagliarono. Monday stava lavorando alla porta ma quando udì le grida del Maestro lasciò cadere i colori.

"Ragazzo, è ora!" urlò Gentle, salendo gli scalini con un salto solo. "Comincia a portare le pietre al piano superiore."

"Cominciamo?"

"Cominciamo."

Monday sorrise, emise un grido di gioia e corse in casa, lasciando Gentle ad ammirare ciò che ora adornava la porta. Per il momento era solo uno schizzo, ma la tecnica del ragazzo era sufficiente allo scopo. Aveva disegnato un occhio enorme, con raggi di luce che si diramavano in tutte le direzioni. Gentle entrò nella casa, rallegrandosi al pensiero che quello sguardo infuocato avrebbe accolto chiunque, amico o nemico, si avvicinasse alla soglia. Poi chiuse la porta, e la sprangò. Quando uscirò di nuovo di qui, pensò, l'opera di mio Padre sarà compiuta.

 

57

 

Quali che fossero stati i discorsi e le dispute che ebbero luogo nel tempio di Uma Umagammagi mentre Jude aspettava sulla spiaggia, essi furono sufficienti a fermare la processione di postulanti. La marea non portò più né donne né bambini sulla spiaggia, e dopo un po' di tempo le acque attenuarono il loro moto fino a calmarsi del tutto, come se le loro forze ispiratrici fossero così impegnate da far divenire irrilevante ogni altra questione. Senza un orologio, Jude poteva solo immaginare quanto tempo avesse passato nell'attesa, ma guardando ogni tanto la Cometa si rese conto che era più probabile si trattasse di ore che di minuti. Si chiese se le Dee comprendessero davvero quanto fosse urgente la questione, o se invece il tempo trascorso in prigionia e in esilio avesse attenuato la loro sensibilità a tal punto che la loro discussione sarebbe potuta durare giorni senza che si rendessero conto del tempo che passava. Si pentì di non aver spiegato con maggiore chiarezza quanto fosse urgente agire. Nel Quinto doveva ormai essere giorno, e ammesso che Gentle si fosse lasciato convincere a rimandare i propri preparativi per un po', non sarebbe stato all'infinito. Né poteva fargliene una colpa. Tutto ciò che lei aveva era il messaggio (portato da un corriere men che affidabile) che le cose non erano sicure. Non sarebbe stato sufficiente a indurlo a mettere a repentaglio la Riconciliazione. Lui non aveva visto gli orrori della Coppa Boston, perciò non poteva sapere quanto fosse alta la posta in gioco. Gentle era, per dirla con Jude, impegnato nell'impresa di suo Padre, e il fatto che una simile impresa potesse significare la fine dell'Imagica era di sicuro assai lontano dalla sua mente.

Per due volte Judith venne distratta da quei tristi pensieri. La prima fu quando una ragazza venne sulla riva per porgerle qualcosa da bere e da mangiare, e lei accettò le sue offerte con gratitudine. La seconda fu quando sentì urgere uno stimolo naturale e fu obbligata a cercare sull'isola un luogo riparato per accovacciarsi e svuotare la vescica. Vergognarsi di far scorrere dell'acqua in un posto come quello era assurdo, e lei lo sapeva, ma era pur sempre una donna del Quinto, per quanti miracoli avesse visto. Forse alla fine avrebbe imparato a prendere alla leggera anche quelle funzioni, ma ci sarebbe voluto tempo.

Quando tornò dal posto che aveva trovato tra le rocce, la canzone sulla porta del tempio, prima ridotta a un mormorio e poi scomparsa, riprese a farsi sentire. Jude, anziché tornare al suo posto d'attesa, decise di raggiungere la porta facendo il giro del tempio, e la vista delle acque nel bacino, che si stavano risvegliando dalla loro inerzia e riprendevano a frangersi sulla riva, diede nuova energia al suo passo. Pareva che le Dee avessero preso la loro decisione. Judith voleva ascoltarla prima possibile, naturalmente, ma non riusciva a evitare di sentirsi un po' come l'imputata che ritorna in un'aula di tribunale.

Tra le donne sulla porta c'era un'atmosfera d'attesa. Alcune stavano sorridendo, altre parevano tristi. Se avevano qualche idea sul giudizio, lo stavano interpretando in modi radicalmente diversi.

"Devo entrare?" chiese Jude alla giovane che le aveva portato il cibo.

L'altra annuì vigorosamente, anche se Jude sospettò che volesse semplicemente accelerare un processo che aveva loro fatto perdere del tempo. Jude attraversò nuovamente la tenda d'acqua ed entrò nel tempio. Era cambiato. Anche se la sensazione che la sua vista interiore e quella esterna fossero lì più unite che mai, ciò che esse percepivano era molto meno rassicurante di prima. Non c'era traccia degli origami di luce, né dei corpi da cui quelle forme traevano origine. Lei era, sembrava, l'unica rappresentante degli esseri di carne, e veniva inquisita da un'incandescenza assai meno tenera dello sguardo di Uma Umagammagi. Strizzò gli occhi, ma le palpebre e le ciglia riuscivano appena ad attenuare una luce che le bruciava più la testa che la cornea. Quella fiamma la impauriva, e avrebbe voluto ritrarsi davanti a essa, ma il pensiero che la presenza consolatoria di Uma Umagammgi fosse da qualche parte in quella foschia glielo impedì.

"Dea?" azzardò.

"Siamo qui," disse Umagammagi. "Siamo qui insieme: Jokalaylau, Tishalullé e io."

Dopo quell'appello, Jude iniziò a distinguere delle forme all'interno dello splendore. Non erano le fonti inesauribili che aveva visto l'ultima volta in quello stesso luogo. Ciò che vide non suggeriva astrazioni ma forme umane sinuose che si libravano nell'aria sopra di lei. Questo è davvero uno strano e repentino mutamento, pensò. Perché, se in precedenza era stata in grado di contemplare le nature essenziali di Jokalaylau e Uma Umagammagi, adesso si presentavano a lei con sembianze più umili? Non era di buon augurio per il colloquio che l'aspettava. Si erano abbigliate di futilità perché avevano deciso che non era degna di posare gli occhi sulla loro vera essenza? Judith si concentrò con forza per afferrare i dettagli del loro aspetto, ma o la sua vista non era sufficientemente acuta, o le stavano resistendo. Comunque fosse, riuscì a trattenere solo delle impressioni: che erano nude, che i loro occhi erano incandescenti, che i loro corpi erano fatti d'acqua.

"Ci vedi?" sentì chiedere una voce che non riconobbe. Tishalullé, immaginò.

"Sì, certo," rispose. "Ma non... non completamente."

"Non te l'avevo detto?" disse Uma Umagammagi.

"Detto cosa?" volle sapere immediatamente Jude, rendendosi subito conto che l'osservazione non era diretta a lei, ma alle altre Dee.

"E straordinario," disse Tishalullé. La dolcezza della sua voce era seducente, e mentre Jude la ascoltava la sua forma nebulosa divenne più precisa: le sillabe la rendevano più visibile. Il suo viso era di forma orientale e senza traccia di colore sulle guance, sulle labbra o sulle ciglia. Ma ciò che sarebbe dovuto essere morbido e carnoso era invece squisitamente sottile, la sua simmetria e le sue curve delineate dalla luce che brillava nei suoi occhi. Sotto la tranquillità del volto, il corpo era tutt'altra cosa: interamente coperto da ciò che Jude a prima vista scambiò per tatuaggi che seguivano il movimento delle membra. Ma più studiava la donna - e lo fece senza imbarazzo - più in quei segni vedeva movimento. Non erano su di lei, ma dentro di lei: migliaia di piccoli lembi che si aprivano e chiudevano ritmicamente. Vide che ce n'erano diversi grappoli, e ognuno era spazzato da ondate indipendenti di movimento. Uno partiva dall'inguine, dov'era l'origine di tutti gli altri; alcuni le percorrevano gli arti, fino alla punta delle dita e ai talloni, e il movimento di ogni grappolo convergeva ogni dieci o quindici secondi; a un certo punto da quelle fessure parve uscire una seconda sostanza, che prese nuovamente l'aspetto della Dea davanti agli occhi sbalorditi di Jude.

"Credo che tu sappia che ho conosciuto il tuo Gentle," disse Tishalullé. "L'ho abbracciato nella Culla."

"Non è più mio," replicò Jude. , "Ti dispiace, Judith?"

"È chiaro che non gliene importa," fu la risposta di Jokalaylau. "Ha suo fratello che le scalda il letto. L'Autarca. Il macellaio di Yzordderrex."

Jude girò lo sguardo verso la Dea delle Alte Nevi. I particolari della sua forma erano più elusivi di quelli di Tishalullé, ma Jude era decisa a sapere quale fosse il suo aspetto e fissò il proprio sguardo sulla spirale di fiamma fredda che bruciava al suo interno, osservandola fino a che le volute sputarono degli archi luminosi sul contorno del corpo di Jokalaylau. Là luce di quella collisione fu breve, ma Jude riuscì a vedere ciò che voleva. Una negra imponente, gli occhi luminosi velati da ciglia pesanti, le mani incrociate sui polsi, poi rigirate su loro stesse a unire le dita. Non era, dopotutto, una visione tanto terrificante. Ma, accortasi che il proprio viso era stato scoperto, la Dea rispose con una trasformazione improvvisa. Le sue fattezze vennero mummificate in un istante, gli occhi si ritirarono, le labbra avvizzirono e si ritrassero. Vermi le divorarono la lingua ficcata tra i denti.